Cambio di passo

Italiani, popolo di camminatori? Non esistono dati ufficiali, ma il polso dei professionisti dell’escursionismo indica una stima crescente del trekking da parte della gente. Ecco qualche numero: negli ultimi due anni, oltre 24mila connazionali si sono messi in viaggio sul Cammino di Santiago di Compostela e la rete di associazioni Trekking Italia, una delle più grandi del settore, conta 5.871 soci e 28.717 partecipanti ai 1.264 trek organizzati in tutto il mondo, per un totale di 3.093 giorni camminati nel solo 2011 (diviso 365, fanno più di otto anni di cammino!). Ma ci sono anche tour operator specializzati come Compagnia dei cammini e Walden viaggi, associazioni di divulgazione culturale come Movimento lento, che organizza corsi e seminari tematici e una miriade di piccole associazioni autonome sparse per il territorio, alcune delle quali si riconoscono o collaborano con reti come Federtrek. E che muovono il Paese: secondo alcune stime, i camminatori abituali sarebbero almeno 600mila. In altre parole, un italiano su 100, almeno una volta l’anno, parte almeno per una giornata, se non per una vacanza vera e propria che va dal fine settimana ai 21 giorni di durata. In genere, si tratta di persone di età compresa tra i 40 e i 50 anni, per lo più single e donne. “Sono più curiose e attratte da questo tipo di viaggio”, afferma Alessandro Vergari di Walden viaggi. E i giovani? “I 25-30enni amano esperienze più esplorative, in stile boy scout: per questo tendono a scegliere percorsi dove ci sono da guadare torrenti, farsi da mangiare da soli, dormire in tenda”. Ma quali motivazioni spingono le persone a macinare chilometri a piedi? “Penso che ci sia stata un’evoluzione -continua Vergari-: qualche anno fa si partiva mossi soprattutto dalla ricerca del contatto con l’aria aperta e la natura, ora c’è anche il desiderio di avvicinarsi a persone e culture diverse. Perché puoi aver attraversato montagne e fiumi, ma infine ti accorgi che sono gli incontri a lasciare il segno”. Basta rallentare un po’ il passo e scegliere tappe e itinerari che consentono di conoscere in profondità i territori e la gente che li abita.

Questo nuovo approccio, che molte guide stanno sperimentando con i loro gruppi e che va sotto il nome di “social trekking”, è al centro di un libro in uscita per Terre di mezzo Editore, curato proprio da Alessandro Vergari. “L’obiettivo è mettere in cammino più persone non solo per immergersi nella natura, ma anche per andare incontro agli altri e vedere la vita da un punto di vista diverso”. Non solo un modo di camminare, quindi, ma quasi uno stile di vita che porta ad aprirsi alla conoscenza di un territorio e alla relazione con le persone che lo abitano. Al quale ci si abitua strada facendo.
“All’inizio le persone sono spaesate: non conoscono gli altri, devono inserirsi in un gruppo nuovo -dice Luca Gianotti di Compagnia dei Cammini-. La guida deve essere delicata con tutti e saper sciogliere le eventuali asperità che si creano nel gruppo”. Se al secondo giorno i camminatori già si scambiano confidenze tra loro, il terzo è quello della “crisi”: anzitutto fisica (per molti iniziano i primi acciacchi, soprattutto al ginocchio) ma anche psicologica (non mancano sfoghi d’ira contro la guida, spesso vissuta come il parafulmine ideale delle proprie stanchezze).

“È questo il momento in cui si espellono le tossine e in cui qualcuno si ritira, una cosa che capita so-
prattutto nei viaggi più duri” prosegue Gianotti. Una volta superato il momento più critico, si instaura un
clima di condivisione in cui le persone si mettono in gioco e iniziano a interagire tra loro. “Un processo che l’accompagnatore deve facilitare e che può portare a risultati molto positivi”. Al punto che, in qualche caso, il “fare gruppo” diventa più importante del cammino stesso: “A Creta, l’anno scorso, una ragazza ha dato forfait poco dopo la partenza: fisicamente non ce la faceva e aveva addirittura le scarpe sbagliate, ma si è subito affezionata ha voluto continuare la vacanza con noi: si spostava con i mezzi pubblici e ci raggiungeva per la cena”. Com’è naturale che sia, poi, può capitare che i membri dello stesso gruppo rimangano in contatto tra loro anche dopo la fine della vacanza.

Ma il social trekking può avere anche altre declinazioni, che dipendono dalla “coloritura” che una
proposta di cammino può assumere. Il “camminare civile”, per esempio, indica tutte quelle esperienze
contraddistinte da un significato politico. È stato così per due recenti progetti delle “Tribù d’Italia”, un
comitato spontaneo di cittadini nato nel 2009, che ha dato vita a “Cammina cammina”, la marcia or-
ganizzata nel 2011 da Milano a Napoli, passando da Roma, per riflettere sui 150 anni dell’Unità naziona-
le, e a “Stella d’Italia”, l’iniziativa che dal 5 maggio al 5 luglio dell’anno scorso ha fatto convergere ver-
so l’Aquila migliaia di persone da Venezia, Genova, Taranto e Messina. Chiunque poteva aggregarsi ai
camminatori lungo i sentieri degli antichi pellegrini e fare anche solo un piccolo pezzo di strada insieme
a loro, a patto di condividerne la motivazione profonda: “Ricucire con i nostri passi un Paese che si
vuole sempre più disunito e devastato”. E per il 2013 si parla già di Freccia d’Europa, un percorso lungo la
via Francigena con partenza da Mantova in direzione Strasburgo, con l’intento di sensibilizzare i cittadini
europei a una maggiore partecipazione alla vita politica e sociale del Vecchio continente.
Tutte proposte con una forte impronta educativa, e non è un caso che le associazioni dei camminatori siano molto attive anche sul fronte della scuola: “Ogni anno portiamo quasi 8mila studenti in
escursione” dice Gianluca Migliavacca di Trekking Italia. “Noi invece abbiamo appena siglato un pro-
tocollo triennale con il ministero dell’Istruzione per diffondere la cultura del camminare con una serie
di interventi negli istituti”, aggiunge Paolo Piacentini, presidente di Federtrek, coordinamento nato due
anni fa che, solo a Roma, raccoglie 20 associazioni con più di 2mila soci e un numero molto più grande
di persone che partecipano alle 900 escursioni organizzate ogni anno in Italia e all’estero, a cui se ne
sta per aggiungere una nuova, molto particolare: un trekking contro le mafie e per la legalità, in collabo-
razione con l’associazione Da Sud.

“Ma il nostro impegno nel sociale non si ferma qui -prosegue Piacentini-: due anni fa, con l’associazio-
ne Cammino possibile, abbiamo portato un giovane disabile sulla vetta del Monte Velino”, la terza più
alta degli Appennini con i suoi 2486 metri. L’arma segreta che ha reso possibile questa impresa ha un
gentile nome francese, joelette, ed è una sorta di portantina montata su una robusta ruota da mountain
bike, con una poltroncina dotata di cintura di sicurezza, poggiatesta e freno azionabile dal trasporta-
to. L’ha inventata l’alpinista francese Joël Claudel proprio per consentire di trasportate in sicurezza le persone con disabilità anche lungo i percorsi più impervi, come si può vedere sul sito ferriol-matrat.com.
Sui tracciati meno impegnativi, come un falsopiano, bastano due persone, mentre quando il sentiero si
inerpica ce ne vogliono quattro o cinque. “In tanti anni non abbiamo mai avuto un incidente” dice Marco Bailetti dell’associazione Cammino possibile, che ha un programma di 20-30 escursioni l’anno,
una volta al mese anche con la joelette. “Siamo stati i primi a usarla in Italia, ma dopo di noi diverse
riserve naturali se ne sono dotate, tra cui il Parco dei Monti lucretili, la riserva Zompo dello Schioppo,
quella delle Sorgenti del Pescara e del Monte Salviano ad Avezzano, provincia dell’Aquila”.
Nel materano, poi, c’è chi accompagna in escursione anche sordi e non vedenti. “Quando l’Unione dei volontari pro ciechi ci ha chiesto di dar vita a itinerari di turismo accessibile, non ci è parso vero
di poter poter coniugare questa esigenza con la promozione del nostro territorio”, dice Luca Petruzzellis
dell’associazione Sassi e Murgia. Per studiare i percorsi, Luca si è bendato gli occhi e con un collega
è andato in giro per i Sassi. “Volevo mettermi nei panni di un non vedente -ricorda- e quest’esperienza
mi ha fatto capire che dovevo cambiare il mio modo di comunicare, diventando un narratore. Se mi trovo
su un altipiano e devo mostrare a un cieco che di fronte a lui c’è una chiesa rupestre, devo saperla de-
scrivere aiutandolo a collocarla nello spazio che lui è in grado di percepire. Quando esco con i sordi, inve-
ce, porto con me un traduttore di Lis-Lingua dei segni”. Finora sono 400 le persone disabili che hanno
camminato nei Sassi con Luca e i suoi colleghi. “Il nostro prossimo passo è cercare finanziamenti pres-
so il Comitato promotore di ‘Matera città europea della cultura 2019’ per installare pannelli in braille
e videomonitor con un mezzobusto che descrive le cose in Lis”, conclude Luca.

Ma c’è un’altra accezione del trekking che, se possibile, è ancora più “social”: il pellegrinaggio a piedi
come parte del progetto di recupero di detenuti. Sulla scorta di iniziative simili realizzate con i minoren-
ni in Belgio e in Spagna, nel 2011 un piccolo gruppo di carcerati si è messo in cammino sulla Francigena
percorrendo 168 chilometri, da Radicofani a Roma, insieme a due camminatori professionisti. Al pro-
getto, il primo di questo genere in Italia, realizzato grazie alla collaborazione tra la Confraternita di San
Jacopo di Compostella, la Casa di Reclusione di Rebibbia e il Tribunale di Sorveglianza della Capitale,
ha preso parte come guida anche Monica D’Atti, coautrice della Guida alla Via Francigena edita da
Terre di mezzo: “Prima della partenza eravamo preoccupati perché pensavamo di non essere in grado di
accettare la loro compagnia -racconta D’Atti-. Invece, appena sono scesi dal treno li abbiamo visti come
dei pellegrini pronti a partire con noi e ogni genere di preclusione è sparito. Insieme a noi c’erano un
truffatore, due omicidi e due rapinatori seriali: ma ognuno si è messo in viaggio così com’era, con i suoi
trascorsi particolari ma anche con un volto umano che ci ha colpito”.
I detenuti pellegrini erano stati selezionati tra coloro che più desideravano recuperarsi e cercare “altre
strade” per ripartire nella vita: “Tutti hanno saputo accettare di buon grado questa sfida, per loro nuo-
vissima, magari affrontata anche con un equipaggiamento scadente”. Dopo il successo della prima
edizione, quest’anno si replica con un altro pellegrinaggio al quale dovrebbero aggiungersi anche dete-
nuti provenienti da Milano e Velletri (Roma): “Ci metteremo in viaggio dopo l’ultimo fine settimana
di maggio, da Radicofani (Si) e Montecassino (Fr)”, conclude D’Atti, che non manca mai di congedarsi
dall’interlocutore con un caloroso “Ultreya!”, il saluto di origine medievale che si scambiano i pellegri-
ni diretti a Santiago. Un augurio di buon cammino, da tenere a mente su tutti i sentieri del mondo.

Andrea Rottini – Terre di Mezzo Marzo 2013

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