Diario di Santiago per tutti – Prima parte

Un viaggio per scrivere la prima guida del cammino di Santiago dedicata alle persone con disabilità fisica o sensoriale. Sostieni il progetto Santiago per tutti, acquistando in anticipo la tua copia o con una donazione. Aiutaci a tracciare questo importante percorso.

di Luciano Callegari

Partiamo venerdì 25 aprile, alla sera, in auto. Siamo in tre: Pietro, Bartolomeo e Luciano. Viaggiamo tutta la notte e alla mattina alle 9 siamo a Lourdes.
Andiamo a visitare la Cité San Pierre, una struttura della Caritas francese che accoglie pellegrini. Sarà una buona base di sosta e di partenza per chi si accingerà a percorrere il cammino.
Alle 16:30 arriva Antonella in aereo e proseguiamo per Saint Jean Pied de Port.
Piove e i pellegrini affollano l’ufficio di accoglienza. Alla fine non riusciamo a trovare una struttura accessibile per Pietro. E’ tardi e decidiamo di raggiungere Roncisvalle. Arriviamo alle 21 e l’albergue è pieno. Ma l’hospitalero, gentilissimo, ci mette a disposizione una stanza utilizzata d’inverno, facilmente accessibile per Pietro.

La mattina dopo scendiamo a Saint Jean e finalmente inizia il nostro lavoro.
Ci dividiamo in due coppie: io e Bartolomeo stiamo nel borgo antico, Antonella e Pietro girano nella città nuova. Ci rendiamo conto che, quanto ad accessibilità, le strutture del centro storico sono un disastro: gradini per l’accesso e dentro scale dappertutto.

Prendiamo pratica con le attrezzature che si servono per il rilievo del tracciato: tre GPS, che seguiranno i nostri movimenti e tre registratori vocali con i quali registreremo le nostre impressioni sul tracciato. I GPS hanno una macchina fotografica integrata che produce foto geolocalizzate. Questa è una funzionalità utilissima perché, invece di scrivere appunti, è sufficiente fotografare un bar, una fontana, una farmacia, un albergue, e ritroveremo l’informazione esattamente posizionata nel luogo in cui si trova.

In giornata ripartiamo per Roncisvalle: al passo fa un gran freddo.

Il percorso che stiamo seguendo è quello caricato sui nostri GPS, utilizzabile dai disabili con handbike. L’ha costruito Luciano partendo dalle tracce del cammino e tenendolo su strade asfaltate, evitando quanto possibile quelle molto trafficate. Ora lo stiamo collaudando: ogni tanto incappiamo in qualche strada sterrata, e quindi dobbiamo cercare una alternativa, ma in generale il percorso proposto è corretto.

La rilevazione dei servizi nei paesi è semplice. Abbiamo trovato un sistema quasi infallibile: attacchiamo bottone con qualcuno e se vediamo che è una persona sveglia e disponibile ci facciamo dire da lui quali servizi ci sono in paese. Di solito sono ben felici di dircelo.

Nelle città grandi il problema è diverso: qui c’è una grande quantità di servizi e non ha senso censirli tutti. Discutiamo molto di queste cose e alla fine ci orientiamo nel censire le strutture presenti lungo il cammino o a breve distanza, facendo in modo che ci sia risposta per ogni categoria: bar, negozi di alimentari, supermercati, farmacia, ambulatori medici, Uffici del Turismo, fontane, polizia municipale, ecc

Il censimento degli albergues a volte non è semplice: di mattina ci capita di trovare chiuso, e anche se si bussa non apre nessuno. A volte ci sono persone che fanno le pulizia ma difficilmente sono i titolari e non ci fanno entrare o non sanno o non vogliono darci le notizie che vogliamo.

Che sul cammino si facciano incontri speciali è cosa nota a tutti quelli che hanno fatto questa esperienza. Ma in questa occasione vedo come Pietro riesca a attirare molte persone e ad innescare processi emotivi particolari.
In parte contribuisce il suo infilarsi dappertutto con la sua carrozzina, sorprendendo molte persone che non si aspettano un disabile motorio nei territori di chi cammina. In parte il suo infilarsi rappresenta oggettivamente un reclamare un diritto di appartenenza, di partecipazione: un diritto a esistere: un dire “guardate che ci sono anch’io”, “guardate che esistono anche i disabili e anche loro hanno diritto a stare nel cammino”. Sento che per molte persone la sua presenza costituisce una sorpresa, una prima volta in cui si trovano ad affrontare il problema di chi sinora è rimasto da una parte e ora vuole essere presente.
C’è anche la grande comunicativa di Pietro che con il suo sorriso aperto e disarmante entra facilmente in relazione con gli altri, induce energie buone.
E ci sono persone che, forse, altro non aspettano che essere chiamate a fare qualcosa, ad adoperarsi, a rendersi utili.

Nell’albergue di Villatuerta conosciamo una francese, sui 70 anni, piccola, molto esile. Sta facendo il cammino per conto del fratello, semiparalizzato da 2 ictus che lo hanno costretto alla poltrona di casa. Cammina con le sue foto e ce le mostra. E’ commossa ad ascoltare l’esperienza di Pietro. Piange, ci abbraccia, ci ringrazia per quello che facciamo.

Nello stesso albergue (privato) l’hospitalero ci accoglie a braccia aperte, ci mostra la sua struttura, in parte ancora da ristrutturare. Ci fa accomodare, porta birre, formaggio, pane, jamon. Mostra a Pietro una stanza piena ancora di cose vecchie. Gli dice che avrebbe piacere di ospitarci a luglio, quando torneremo a rifare il cammino, e vorrebbe rimettere a posto quella stanza. Chiede come deve fare il pavimento, se lo spazio ci basterà. Poi la sistemerà in modo permanente per ospitare chi è disabile ma intanto, nell’immediato, vuole che a luglio la possiamo utilizzare.

A Torres del Rio un pellegrino spagnolo si avvicina a noi e ci racconta che l’anno passato ha organizzato e realizzato un cammino nel quale tre disabili in carrozzina hanno percorso il cammino in Galizia e sono arrivati a Santiago. Si rende disponibile a darci tutte le informazioni che ha raccolto e a condividere la sua esperienza.

Le ore delle giornate passano in fretta. A volte arrivano le 17, le 18 e ancora dobbiamo trovare l’albergue dove dormire. Ma alla sera dobbiamo fare molte cose.
Innanzitutto scaricare sul pc portatile le tracce e le foto prodotte durante la giornata, poi le registrazioni audio. Trovare una connessione internet e quindi caricare su Dropbox il materiale in modo che gli altri amici a casa possano copiarle e metterle così in salvo. Poi dobbiamo registrare le schede informative che abbiamo riempito per ogni singolo albergue e le schede contenenti le informazioni dei servizi presenti in ogni singolo paese. A volte finiamo a tarda sera.

Avevamo ipotizzato che, in linea di massima, saremmo arrivati a Santiago in 33 giorni. Siamo in linea con la tabella di marcia: anzi, siamo una giornata in anticipo. Siamo più lenti nelle grandi città e più rapidi quando le tappe attraversano piccoli paesi.

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