Da Portogruaro a San Donà di Piave



Da Ciclomundi alla Viandanza – 6 tappe

In cammino tra due eventi sul turismo lento

scritto da Giancarlo Cotta Ramusino – Girumin

Unire i due festival con un viaggio in bici…
Sì, può essere una buona idea, ci posso provare…

Una settimana di tempo, si può fare, però si sono di mezzo le montagne. Basteranno cinque o sei giorni?
Sì, ma stavolta parto con una bici normale, non so se ce la posso fare con la Goat o con il Vtte.
Potrei partire con un’altra bici, che è lì, pronta per esser bardata da viaggio, una vecchia Bianchi con… i cambi. Con i campi Campagnolo!

Prima o poi dovrò sistemarla e partire, ma non so quando.

Stavolta parto con una bici più tradizionale, telaio in alluminio, ruote da 28 pollici, ammortizzatori, freno a disco sulla ruota davanti. Niente di lussuoso, ma sicuramente qualcosa di più moderno rispetto alle bici dei viaggi raccontati.
In realtà con questa ho già fatto qualche giretto.

Mi spiace un po’, sarebbe più bello partire con la Goat, magari con un carrello monoruota.
Fino ad ora la Goat ha viaggiato con il carrello a due ruote, ma ora che ho rifatto il carro posteriore del telaio posso provare ad agganciarle il carrello preparato lo scorso anno per il Vtte.
Anch’esso però necessità di qualche modifica, devo forse modificare l’angolo di rotazione dell’attacco fra bici e carrello.

Bisogna però accettare la realtà e stavolta parto con una bici più leggera e prestante.

Sabato

Il viaggio in treno è andato bene, sono stato fortunato a prendere delle buone coincidenze.
Sono arrivato a Portogruaro senza perdere tempo.
A dir la verità non si è trattato di fortuna, ma di un lavoro certosino, perché il sito non tiene in considerazione chi non viaggia sui treni ultraveloci e neppure sa, il sito, che esistono coloro che sul treno ci vogliono portare anche la bici. Si parte dal presupposto di far spendere tanto. Dobbiamo istigare una lotta di classe contro le ferrovie?

Per cercare gli orari giusti parto al contrario, parto dall’ultimo tratto da percorre con il treno, stabilisco qual è l’ultimo treno utile e annoto gli orari, dopodiché cerco la tratta precedente finché, con calma e pazienza, il sito si decide a mollarmi tutti gli orari necessari.
Per fortuna che siamo tecnologizzati, era più facile quando l’orario era su carta, ci voleva meno tempo. Non sempre la modernità semplifica la vita, soprattutto quando la si configura in maniera tale da complicarla invece che semplificarla.

Ho dato un’occhiata alle previsioni del tempo, ma senza troppa cura, forse per scaramanzia, forse perché quei titoli visti al volo sul portale, mentre accedevo alla posta, parlavano di uragani, tempeste, carestie, pestilenze… e disastri di immane portata. Meglio non farci caso. Talvolta conviene attendere, non pensarci e considerare le cose nel giusto momento. Così ho fatto finta di non aver sentito quella notizia dell’uragano in arrivo.

Arrivo a Portoguraro mentre cadono due gocce di pioggia, ho sistemato bene le cose nelle borse, ma quando comincia a piovere qualche dubbio ti viene e improvvisamente ti rendi conto che, forse, non è proprio tutto a posto, ma ormai non ci puoi fare più niente.
Chiedo dove si trova il centro? Vado avanti un po’ e quando vedo un arco in mattoni mi faccio un’idea più chiara della posizione.
Solitamente un arco divide il centro storico, il vecchio centro abitato, dalla vecchia periferia.
È tutto molto semplice: da una parte c’è il centro, dall’altra parte c’è il non-centro. Visto che io ho capito che non mi trovo in centro mi sembra ovvio che mi trovo nel non-centro, quindi… dopo aver superato l’arco mi troverò in centro. Avete capito???

Vado, oltrepasso l’arco e mi trovo… in centro. Ecco che appaiono le tende degli stand. Passo all’info-point per dirgli che sono arrivato e incontro Veronica, Leo, Alberica, Alberto… Un’occhiata agli stand, un aperitivo in piazza e una pizza con i soliti noti. Piove, piove e continua a piovere. Smetterà prima che io mi metta in strada dopo domani per andare verso Monteriggioni?

Non è il momento di preoccuparsi, c’è un tempo per ogni cosa, dice il Qohelet, e in viaggio molte volte conviene pensarla così, altrimenti non si va da nessuna parte.

Passo la notte nella palestra attrezzata con i materassi per gli ospiti. L’organizzazione ha pensato a tutto. Molto bene!

Domenica

La mattina arriva e ci saluta accompagnata solo da qualche nuvoletta passeggera. Il primo incontro è con il racconto di Veronica e Leonardo che hanno pedalato su e giù per il sud est asiatico, per un po’ di mesetti, qualche anno fa. “Pedalando con Sandokan” è il titolo del loro intervento.
Attraverso filmati, foto e racconti condividono con noi aneddoti, emozioni e fatica di un viaggio impegnativo, ma intenso e avventuroso. Complimentoni!

Un giro fra gli stand per dare un’occhiata a qualche novità anche se lo spazio in un festival è sempre troppo poco per mostrare tutto.

Ci sono cose interessanti. Il mondo del cicloturismo si è molto evoluto, quando, dieci anni fa, cercavo una bici da viaggio, mi guardavano come se stessi cercando un’astronave.
Qualche ciclista non capiva proprio cosa intendevo dire, molti concepivano solo la bici da corsa, quella da montagna e quella da città.

Per la bici da montagna, comprata anni prima, mi ero costruito il portapacchi perché era impossibile trovare portapacchi adatti.

Quando ho trovato una bici da viaggio, quella che uso oggi, (oggi nel senso proprio oggi sabato 14 giugno) ho realizzato un portapacchi più adatto alle borse, anche se devo riconoscere che quello di fabbrica era comunque un buon portapacchi, ma a me non piaceva molto e ne ho fatto un altro. Devo riconoscere che è un po’ maniacale questa ossessione di dover modificare tutto quello che trovo o compro.

Dicevamo quindi che ci sono ottimi prodotti, ottime bici, ottime borse e ottimi accessori.
Anche se, a volte, sono un po’ banali, a cosa serve una borsa a tenuta stagna quando ci sono ottimi sacchi della spazzatura? A cosa servono tutte ‘ste borse con il porta-carta-fotografica quando ci sono il sole e le stelle, quando si può chiedere alla gente per orientarsi? Non so…

A cosa servono le bici ipertecnologiche quando mezzi speciali come la Goat e il Vtte hanno almeno sessant’anni e vanno benissimo? Non so… Forse proprio perché sono mezzi speciali.
Certo, il Panard vbl protegge meglio dalla pioggia, ma consuma un sacco.

Prima o poi mi adeguerò. Prima o poi prenderò una bici moderna, con i cambi automatici, il telaio superleggero, i pedali anatomici, i fanali afrodisiaci, la sella profumata alla lavanda e il campanello che suona la cavalcata delle valchirie. Prima o poi prenderò una bici da concorso di bellezza. Quando ho detto alla venditrice delle borse supertecnologiche che io preferisco i sacchi dei rifiuti si è un po’ scandalizzata…

Fra gli stand ci sono anche bici che puoi personalizzare sul sito, tu vai sul sito e te la costruisci a piacere, poi magari non sai come scegliere i cambi o il manubrio, per cui finisci col prendere una bici bellissima, ma non adatta a te.

No, scherzo, non è vero… Ti puoi fare una gran bici!

Mi fa piacere che ci sia stata una buona evoluzione nel mondo del cicloturismo anche dal punto di vista delle bici.
Ci sono soluzioni molto costose, ma anche più economiche che consentono a molti di avvicinarsi a un mondo tanto interessante. La tecnologia aiuta anche chi fatica ad approcciare un’attività interessante e affascinante, ma sicuramente faticosa e anche chi magari ha qualche difficoltà fisica.

Il festival propone incontri vari, dall’animazione per bambini a momenti con viaggiatori che in bici ne hanno fatte di tutti i colori, sono stati dappertutto, al nord, al sud, all’est, all’ovest, di sotto e di sopra.
Io non li ascolto troppo, perché poi divento troppo invidioso.
Seguo però il racconto di Ausilia e Sebastiano, loro sono quelli che invidio di più perché sono stati più volte sull’Iditaroad come il mio mito Roberto Ghidoni.

Da Portogruaro a San Donà di Piave

Veronica mi da il GPS per memorizzare il percorso che farò, non ho intenzione di seguire un percorso indicato dal GPS. Veronica non ha caricato le mappe, a me servirà solo per avere un’indicazione dei chilometri. Mi faccio dire solo come accenderlo, farlo partire, fermarlo e spegnerlo, mi sembra più che sufficiente.
La volta che mi hanno dato in mano un GPS per seguire un percorso caricato, mi sono fermato dieci metri dopo e ho chiesto a un anziano signore di passaggio…

Lo so, qualcuno considera obsolete le mie idee e qualcuno le contesta, ma i letterati non passano forse attraverso il greco e il latino? Un giorno farò una riflessioni più approfondita sul concetto di obsoleto nel mondo del viaggio lento, a piedi o in bici.

Il mio viaggio deve partire alla fine del festival, attorno alle 18.00. Devo percorrere circa trenta chilometri di strada che non conosco in un orario in cui magari troverò molta gente che starà tornando dal mare.
Voglio essere certo di poter arrivare a destinazione prima del buio, entro le nove di sera.

Entro le nove di sera. Perché in bici non si va in giro di notte!!! Anche in Africa non si va in giro di notte, se volte sapere perché non si va in giro di notte potete leggere questo racconto di qualche tempo fa:
http://www.viaggiavventurenelmondo.it/nuovosito/rivista/articoli/01-2008-O-07.pdf

Trenta chilometri non sono molti, ma basta un contrattempo per far rischiare di pedalare al buio e io voglio evitare.

Con Lorenza, di Ediciclo, ci organizziamo per anticipare la mia partenza alle 17.30, anche se un eventuale minimo ritardo è comunque previsto.

Durante l’ultimo incontro della giornata, quello dedicato al manifesto della lentezza, Luigi Nacci mi presenta al pubblico, saluto e mi avvio. Per fortuna nessuno ha avuto idee strane di roba da farmi portare come segno di amicizia fra i due festival. Non so… una fiaccola da tenere accesa, un bandierone di due metri per due… Tanto per fare qualche esempio.

C’è chi mi ha detto di andare a sinistra, c’è chi mi ha detto di seguire il fiume: quando si tratta di seguire il fiume per me è sempre una priorità.
Così seguo il fiume, vado sulla pista ciclabile, seguo il corso d’acqua e dopo un chilometro abbondante la pista finisce e io non so do ve andare.

Uso il sistema classico:
“Scusi, per San Donà?”

“Vada lungo questa strada, poi, fra un chilometro, gira a sinistra sulla provinciale.”

“Ma… scusi… io arrivo da questa strada e l’ho imboccata un chilometro fa proprio per non andare sulla provinciale.”

“Se vuole c’è questa strada, altre non ce ne sono.”

Vi è mai capitato di ascoltare un consiglio, un‘indicazione e capire subito che chi sta parlando a ha pienamente ragione, ma voi siete ormai convinti del contrario?
Finisce che poi fate di testa vostra nella speranza che ci sia una possibilità speranza di andare verso dove volevate andare voi, ma più andate avanti più aumenta la conferma che aveva ragione lui…

Mi fermo a riflettere, tanto la carta di questo tratto del percorso non ce l’ho, per cui non posso fare molto.

Se però mi è stato detto che posso andare di qua, da chi c’è passato a piedi, vuol dire che una strada ci sarà.

Così aspetto che il tipo se ne vada e poi scelgo la strada che dico io. Mi vergognerei a farmi vedere che faccio di testa mia…

Vado avanti per un po’ e incontro un ciclista, chiedo indicazioni e mi dice di seguirlo. Pedaliamo assieme per un chilometro, dopodiché mi da le indicazioni per arrivare sulla provinciale…

Insomma se fossi andato subito sulla provinciale avrei evitato di perder tempo per niente, ma queste cose non sono perdite di tempo, sono il viaggio..

Certo che se ho cercato di partire presto per arrivare con la luce e poi mi disperdo nella piana della laguna…

Arrivo in centro a San Donà alle sette e venti, in perfetto orario.

Chiamo don Matteo che arriva subito e mi accompagna nell’istituto in cui passerò la notte. Mi dice che non può lasciarmi le chiavi perché pochi giorni prima un pellegrino austriaco è partito portandosi via il mazzo di chiavi. Visto quanto costa duplicare un mazzo di chiavi ora preferisce evitare… Capisco perfettamente la situazione.
Cari pellegrini… dopo aver scroccato una notte perlomeno non fregatevi le chiavi, fatelo almeno per chi verrà dopo di voi!

Nel cortile fervono i festeggiamenti per un battesimo di un bambino nigeriano. I tamburi, la musica africana è fatta di tamburi, di un ritmo frenetico di tamburi. Mi fa piacere incontrare questo contesto africano in una serata in veneto.

Esco per compare qualcosa da mangiare, devo sbrigarmi per rientrare prima che la festa finisca, venga fermato il ritmo dei tamburi e vengano chiusi i cancelli.
Vado e torno, al mio ritorno i tamburi suonano ancora.
Ceno al volo e metto sotto carica l’elettronica da viaggio, comincio ad annotare i primi appunti per il diario di viaggio. Cerco di farmi un’idea più precisa del percorso di domani, guardo la carta, faccio qualche ipotesi sulle strade da seguire.
Avendo deciso di arrivare a Ferrara ho già scartato l’idea di stare vicino al mare, dopo Venezia andrò verso l’entroterra, cercherò di seguire per un pezzo l’argine maestro del Po.

Giancarlo Cotta Ramusino Informatico di professione, scout, appassionato di viaggi a piedi e in bicicletta. Nell’inverno del 2011 ha ripercorso le tracce della ritirata degli Alpini dalla Russia nel 1943. Per Terre di mezzo ha pubblicato Camminatori, guida pratica per esploratori, giramondo, viaggiatori, pellegrini,turisti, avventurieri. I suoi diari di Viaggio: http://www.percorsiditerre.it/diari-di-viaggio-di-giancarlo-cotta-ramusino/