Da Ginosa a Pomarico



Da Ginosa ad Aliano – 4 tappe

A piedi tra Puglia e Basilicata

Alle 6:30 di una mattina d’agosto l’aria è fresca, perfetta per mettersi in cammino. Ancora a casa, con l’irrequietezza delicata di chi vorrebbe a tutti i costi alleggerirti l’impresa incompresa, un padre impacciato ci offre un passaggio in macchina. Fin dove avrebbe voluto accompagnarci non lo sapremo mai, ma i suoi sentimenti ci hanno fornito subito la consapevolezza che quel che stavamo per compiere, nulla di incredibile in altre parti di Italia, era nuovo e straordinario per una città smarrita sulla frontiera tra Puglia e Basilicata. Ci avevano proposto altri cammini per raggiungere Aliano: gli Arminio proponevano di partire da Eboli come atto collettivo, per continuare il cammino del Cristo di Carlo Levi. Bellissimo. Volevamo però regalare una bella storia a Ginosa, connetterla agli amici vicini che vedono sorgere un’alba nuova per il Sud, darle la possibilità di riscoprirli e riscoprirsi. Salutiamo il vecchio padre rassicurandolo.
Andrea, toscano dei monti, il suo ritmo viene da lì, è già sulla scalinata sul piede di via. Gironzola a sud da alcuni anni ormai ma la cerimonia dei saluti, forse troppo lunga, lo coglie ancora impreparato. I primi passi volano.

Ci lasciamo alle spalle la comodità ma anche le paure di un temporale estivo, dell’inadeguatezza di corpi rimasti a lungo alla scrivania, di cani e cinghiali, di un territorio impreparato ad accogliere due ragazzi in cammino…Paure nostre, paure indotte, al sud hanno una gran paura dei cinghiali. Le smentiremo tutte, o quasi.
Andiamo giù per l’uliveto abbandonato. I proprietari erano di Montescaglioso, il primo paese che circumcammineremo per metà. Ha alberi altissimi, i tronchi tortuosi hanno lanciato rami che non vedono una potatura da decenni. Fanno l’ombra di una quercia, o del corpo di un baobab mi piace pensare. Ospitano i bambini in gioco e ne ospiteranno ancora se il cemento non avrà la meglio. Un po’ di asfalto per uscire dalla città ed imbocchiamo la strada sterrata, che si farà per noi bordo-campo poco dopo. Scavalliamo la collina oltre la quale si estende la valle che ci separa da Montescaglioso: uliveti, pannelli solari ed una masseria ancora abitata. Salutiamo Ginosa ad est. Da quel momento Montescaglioso, seduta sul suo rilievo, farà da segna passo fino a Pomarico, sud ovest, meta del giorno.

Ci giriamo intorno. Attraversiamo un’area del Parco archeologico delle chiese rupestri del Materano costeggiando il torrente Gravina. La murgia cede il posto all’argilla ora, ed il sole continua a levarsi, potente mentre i falchi lasciano il posto agli uomini, per poco tempo.
Una campagna abitata, basterebbe dire da noi. Mi correggo. Una casa di campagna abitata. Ci presentiamo a Domenico, ha il cognome di mia nonna. Annusiamo una parentela lontanissima ma non l’approfondiamo, ci rivedremo con meno chilometri sotto i piedi. Non capisce bene il perché del nostro camminare, hanno desiderato così tanto l’auto loro. Alla notizia che arriviamo da Ginosa e siamo diretti ad Aliano ci risponde un ombroso “Purtroppo, così è la vita”. Cosa prendere di quelle parole? Restano le interpretazioni tra i chicchi dell’uva che ci ha donato. L’uva più dolce e dissetante della terra. Ci rimettiamo in strada, quella consigliata da Domenico e la nostra segnata sul GPS, coincidono. La legittimazione che viene dai locali è solenne.
Un ponte in disuso, mangiato dalla macchia, mangiato dai fichi, ubiqui. Un antico pozzo in pietra, non un pozzo dell’Eni, poi una masseria che ci lascia l’amaro in bocca, sembra abbandonata ma il contatore dell’Enel è allacciato ai pali dell’elettricità. Attraversiamo il territorio di proprietà entrando dal retro, arriviamo dall’aperta campagna ed usciamo dall’ingresso che dà sulla provinciale dei Tre confini, quelli di Ginosa, Matera e Montescaglioso. Un cartello annuncia forte e chiaro che è severamente vietato entrarci. Fortunatamente noi stiamo uscendo.
Pomarico è vicina, questo pensiero ci permette di riposare nelle ore più calde del giorno, all’ombra di una veranda. È la casina dall’altra parte della strada. Na cammaredde, anch’essa disabitata dagli uomini ma non dai gatti, magrissimi. Ha porte e finestre che lasciano intravedere l’interno: un letto disfatto, una pentola sul lavandino, polvere in posa. In veranda sono sparse scarpe da lavoro, in uno scatolone qualche utensile per la casa fa pensare ad un trasloco mai avvenuto. Consumiamo pane, caciocavallo e frutta secca. Sopravvivono il primo e l’ultima. I corpi vorrebbero riposare più a lungo ma l’energia di quel posto non ci acquieta. Ci rimettiamo in cammino.

Lo sterrato in salita si fa spazio nel bosco di cerri e pini. Gli alberi intimidiscono il sole per ricambiare la visita. Camminiamo questo percorso per la prima volta ed il tragitto fino ad ora mappato è andato bene. Il machete previsto per farci spazio nelle terre dell’abbandono non è stato ancora sfoderato dalla stoffa che lo avvolge. Ancora per poco. Il percorso dell’idillio all’ombra del bosco infatti, pian piano si restringe fino a risultare impercettibile. In cima al rilievo, la flora secca, alta e pungente dell’argilla si è ripresa gli spazi. La mia diffidenza nell’uso della tecnologia apparentemente in antitesi con il viaggiare lento, si sgretola. È la prima vittoria del GPS da quando siamo partiti. Fino ad Aliano si smetterà di contarle. Eppure la strada c’era e c’è ancora al di là del monte. Un unico percorso rotto da un tratto abbandonato: le valli ad est e ad ovest lanciano due sentieri che non si baciano.
Finalmente il bosco si dirada. Ci premiano le nuvole portate dal vento fresco. Da qualche parte sull’orizzonte piove e la valle respira con noi. Si affaccia Pomarico, visibile ma non vicina. Un lungo serpentìo d’asfalto ci separa dal centro abitato dove ci fermeremo per la notte. Un serpentìo che eviteremmo volentieri e non sprechiamo molto tempo a sperarlo. Una macchina si ferma curiosa. La donna al volante, Maria, è educata alla diffidenza in ciò che non è familiare. Ci scruta attentamente, corruccia la fronte, ecco la domanda arriva, chi siete? a chi appartenete? Vorrebbe non fidarsi ancora ma proprio non gliene diamo modo.

Pomarico è due paesi. La città vecchia da una parte, la nuova dall’altra. Avremo tempo di camminarla, prima vogliamo dare ascolto ai corpi. Una fontana generosa ci aiuta a lavare via la fatica. Riposiamo all’ombra di una terrazza che parla di musica, violini e quattro stagioni. Ci sfugge il filo rosso, solo più tardi scopriremo che onora il legame della città con Vivaldi: le sue origini materne vengono da qui. Intanto dal Bar Centrale ci scrutano col naso all’insù. Nicola, ottuagenario, ci consiglia un posto per la notte che dobbiamo rifiutare: siamo a caccia di storie e genuina ospitalità, un bed and breakfast non rientra nelle opzioni. Incontriamo una pro loco impreparata ad accoglierci, non di proposito pensiamo: questi posti vanno battuti in questo modo perché è un approccio che non conoscono, è un linguaggio da divulgare per scardinare il mero turismo affaristico.

Hanno da offrire altro paesi come Pomarico ma lo ignorano gli abitanti educati ad andare via. Incrociamo però i passi consapevoli di Gianni. Appassionato di libri antichi è dir poco, Gianni è appassionato alla vita. La sua energia aperta all’incontro ci sazia di quel che cercavamo. Risolutivo ci invita alla presentazione di un libro sui riti arborei in Lucania e in Calabria. Ci aprirà un altro spaccato di bellezza resistente nel meridione d’Italia. È un altro Andrea a scriverlo. Un altro toscano rapito dal sud, penso io, lo rincontreremo ad Aliano. Intanto la tenda è pronta per la notte tra le mura di un antico maniero. Le più datate del paese. Chiama ma la compagnia lieve ha richiamato le energie. Resteremo con loro l’intera serata per abbracciare quel che Pomarico aveva riservato per noi. Che chiunque voglia percorrere questi passi incroci le loro vite, le note degli Abbarabis e la luna rossa che si leva a rassicurare il mondo.

Flavia e Andrea Flavia si occupa di migrazioni e viene dal mare, Andrea di foreste ed è originario dell’Appennino. Hanno storie e ritmi diversi ma i loro passi si incontrano in cammino.