Da Gubbio a Valfabbrica



Sul cammino Di quì passò Francesco – 8 tappe

Da La Verna ad Assisi

Destra, sinistra, destra, è molto semplice riprendere il cammino quando si esce dall’oratorio di Madonna del Prato.

Da Gubbio parte il sentiero francescano della Pace, convive anch’esso con i vari itinerari che portano ad Assisi. Noi continuiamo a seguire i Tau gialli.

Dopo Gubbio si può puntare verso Biscina oppure a Valfabbrica, noi scegliamo di andare a Valfabbrica.

No, in realtà a Biscina, in questo periodo, non ci sono posti in cui passare la notte.

Avremmo comunque puntato verso Valfabbrica per ridurre al minimo la strada da percorrere verso Assisi l’ultimo giorno.

Il primo tratto fino a Ponte d’Assi è dritto, drittissimo; poco dopo si gira a sinistra, la stradina si manterrà in quota per poi scendere leggermente.

Stiamo camminando da po’ sullo sterrato quando vediamo sulla sinistra un gregge ben curato da un paio di maremmani.

“Ecco dove sono!” Mi vien da pensare.

Ricordavo di un tratto in cui i maremmani in precedenza mi hanno “salutato” con la loro tipica vivacità e la mia grande strizza…

Stavolta i cani stanno accucciati ben lontano da noi, speriamo che restino là, ma esorto i compagni di strada: «Acceleriamo il passo!».

I quadrupedi dal pelo lungo stanno tranquilli al loro posto, ma noi stiamo ancor più tranquilli se fra noi e loro resta quel bel centinaio di metri. La prima regola della sicurezza è sempre la distanza, vale per ogni cosa.

«Se qui c’è il gregge più avanti c’è una casa con un maremmano!»

Se i maremmani del gregge in passato mi hanno salutato con vivacità il quadrupede della casa mi aveva salutato con molta, ma molta enfasi.

Era andato tutto bene, ma sui certi cammini le mutande di ricambio possono servire anche a metà giornata quando si fanno certi incontri.

Arriviamo a San Pietro in Vigneto, qui possiamo scegliere itinerari diversi.

Per puntare verso Valfabbrica senza passare da Biscina decidiamo di scendere verso il lago per costeggiarlo stando sulla riva destra.

Ricordo bene la quantità di fango e pozzanghere lungo la strada.

Chi ha le ghette con le cerniere incastrate storce il naso all’idea di rimetterle e chiede se davvero deve farlo.

Per fortuna però le cerniere si sono incastrate da chiuse e non da aperte, basta quindi infilarle togliendo gli scarponi affinché facciano il loro lavoro.

Se non è migliorata la situazione fanghizzia in questo tratto converrebbe quasi aver gli stivali più che gli scarponi, spero che gli scarponi bastino anche se in alcuni punti fango e pozzanghere sono veramente profondi.

Bisogna dire però che gli scarponi hanno suole robuste e artigliate, mentre gli stivali proteggono meglio nelle acque più profonde, ma le suole sono più scivolose.

Le previsioni erano esatte, la strada è un lungo fiume di fango: viscido e profondo.

A ogni passo cerchiamo il punto in cui affondare meno, prima di ogni passo bisogna puntare bene i bastoni e il piede che starà fermo.

Non si può certo definire un tratto facile, ogni tanto il piede affonda più di quanto vorremmo e speriamo di non finire con i piedi in ammollo.

Ogni passo è una fatica, ogni passo è una sfida, ogni passo è una conquista.

Si va avanti così per un pezzo, per un bel pezzo.

Al bivio il sentierino sulla destra ci riporta in quota e raggiungiamo l’asfalto, è un momento di sollievo per le nostre gambe, non dovranno più affondare nelle sabbie mobili.

Camminiamo lungo la Valle del lago.

Quale lago?

Il lago di Valfabbrica.

Se si arriva lungo la strada che scende da nord non si capisce subito di cosa si tratta, dopo aver visto una grossa macchia azzurra sulla carta geografica ci si aspetta di vedere un lago vero.

Solo quando ci si trova in vista della diga si capisce qualcosa di più, si capisce che veramente era previsto un lago, che il lago sulla carta forse doveva essere ben più esteso di quanto sia in realtà.

Di fatto però si vede che sul fondo del lago c’è addirittura una strada, si resta perplessi.

Che dire?

Forse lascia perplessi gli stranieri che non capiscono come mai sia stata realizzata un diga così imponente in un luogo che forse non avrà mai acqua a sufficienza per riempire la valle.

Forse gli stranieri restano perplessi, ma gli italiani non ci fanno più caso alle opere mastodontiche di cui non si capisce il senso.

Ci sarebbe una deviazione verso sinistra, verso il lago, verso un’altra strada come quella fangosa e viscida… Proseguiamo diritti!

Alle quattro del pomeriggio siamo vicini a Sambuco.

Possiamo scegliere se continuare sulla strada asfaltata, che punta direttamente verso la diga, oppure prendere una variante che i cartelli indicano sulla destra.

Ci fermiamo a riflettere: la strada asfaltata sicura e veloce oppure l’alternativa che potrebbe riservare qualche sorpresa?

È un momento classico questo, il momento fra la certezza facile e l’avventura difficile, fra la garanzia di non sbagliare e il buio dell’incognita.

La carta mostra qualche strada e ipotizzo di seguire quella. In passato, su questo tratto, ho evitato di seguire strade alternative, sono sempre stato sulla strada asfaltata andando verso la diga.

Saliamo quindi lungo lo sterrato, al primo incrocio giriamo a sinistra, la mulattiera sale e arriva al punto massimo sullo spartiacque

Finisce la mulattiera e incrociamo una strada sterrata messa meglio.

Giriamo verso destra, vediamo che a sinistra c’è una strada: «Non dobbiamo andare verso quella strada, sicuramente andiamo verso di qua e poi ci sarà una strada a destra».

Invece la strada va a sinistra, strano, vuol dire che più avanti la strada andrà a destra e invece no!

«Secondo me Valfabbrica è dietro la collina».

Ma la strada prosegue e noi andiamo in direzione opposta.

«Probabilmente ci fa scendere e poi ci farà piegare a destra.».

Scendiamo e risaliamo, il cartello dice di andare a sinistra… Non capisco…

I cartelli metallici ci confermano di essere su un percorso segnato, non ci stiamo inventando nulla.

Prima pensavo di avere Valfabbrica davanti a me, dietro la collina.

Poi, girando a sinistra, pensavo che fosse a destra.

Poi abbiamo girato ancora a sinistra e ora sono convinto che Valfabbrica sia alle nostre spalle.

La discesa prosegue e la sensazione di tornare indietro riceve sempre più conferme, la sensazione è di tornare vicini al punto in cui abbiamo lasciato la strada.

Scendiamo ancora e arriviamo all’asfalto davanti alla diga, invece di stare in piano sulla strada abbiamo percorso un sentiero che ci ha fatto percorrere il doppio dei chilometri salendo e scendendo di quota.

Riflessione…

Chi viene dall’esperienza del cammino in montagna è spesso abituato a pensare che la strada che unisce due punti sia la più breve. Questo perché i sentieri di montagna sono stati tracciati dagli alpinisti per raggiungere le vette, dai pastori per muovere le greggi, dai boscaioli per portare a valle la legna. Sono sentieri nati per uno scopo spesso essenzialmente pratico.

Invece i tracciati per turisti o per pellegrini non nascono da zero, non nascono attraversando nettamente un bosco o una montagna.

Nascono unendo fra loro strade e sentieri già esistenti. Puntano a unire luoghi significativi e offrire panorami interessanti, ma qualche volta allungano un po’…

Arrivati alla diga ci ricongiungiamo con la strada conosciuta e ci dirigiamo verso Valfabbrica.

La signora Annarita, che gestisce l’ostello, ci accoglie sorridendo, ma quando vede lo stato di ghette e scarponi ci prega di lasciarli fuori.

La quantità di fango che ci portiamo addosso è ancora notevole.

«Sistematevi nelle camere 1 e 3». Ci dice.

Potrebbe farci mettere in quattro nella stessa camera da quattro, in una sola camera sporcheremmo di meno, ma ci offre due camere.

L’ospitalità è fatta spesso di piccole sensibilità e chi arriva stanco dopo una giornata di cammino le piccole cose le apprezza volentieri, si potrebbe parlare a lungo di queste cose sia in positivo sia in negativo.

«A che ora volete cenare?»

«Ci dica lei»

«Quando volete. Fate pure la doccia con calma e quando volete potete cenare.

L’ultima doccia del cammino e ci mettiamo a tavola.

«Vi ho preparato un antipasto e un minestrone, mi avete detto che vi piace il minestrone.»

«Noi siamo dei fan del minestrone!».

«Se volete altri affettati ditemelo, però poi ci sono altre cose.»

Primo giro di minestrone.

«Vi lascio qua la pentola».

Dopo il secondo giro di minestrone arriva la carne.

«Scusi… arriva altra gente?»

«No, ci siete solo voi.».

«Ma, non ce la faremo mai a mangiare tutto!»

Ci impegniamo, sarebbe veramente un peccato avanzare qualcosa, ma nonostante il nostro impegno non riusciamo a mandare giù tutto.

Annarita ci racconta l’esperienza dell’ostello. Ora è gestito da una cooperativa sociale per la quale lei ha lavorato nell’ostello nell’ultimo anno.

«Ce l’avete un po’ di spazio per il dolce?»

Bella domanda, abbiamo combattuto contro le leggi della fisica per farci stare tutto, ma lo spazio per un dolcetto dobbiamo trovarlo. Che sforzo…

Come tutte le sere dopo cena diamo un’occhiata alla tappa del giorno dopo, sarà una tappa breve, ma non possiamo permetterci errori.

Giancarlo Cotta Ramusino Informatico di professione, scout, appassionato di viaggi a piedi e in bicicletta. Nell’inverno del 2011 ha ripercorso le tracce della ritirata degli Alpini dalla Russia nel 1943. Per Terre di mezzo ha pubblicato Camminatori, guida pratica per esploratori, giramondo, viaggiatori, pellegrini,turisti, avventurieri. I suoi diari di Viaggio: http://www.percorsiditerre.it/diari-di-viaggio-di-giancarlo-cotta-ramusino/

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