Da Monteromano al punto panoramico “Il Falco”



La mia Francigena – 9 tappe

La variante che porta a Carrara

Muovo i passi nell’ultima salita di questo percorso. Un diritto sentiero di foglie accumulate e livellate dal vento si presenta improvviso. Il sentiero morbido accoglie la pressione del camminare. La fatica viene alleggerita e accompagnata dal suono delle foglie che i miei scarponi sbriciolano e premono verso il terreno; i miei passi lenti riempiono il silenzio di fruscio ritmico, piacevole delle foglie che si spostano ad ogni passo: questa musica mi risuona dentro…, non esiste altra vibrazione sonora attorno… Ascolto la voce unica di queste foglie autunnali che da lontano richiamano le molteplici voci del mio paese e della mia infanzia. I miei vecchi, i loro volti. La fatica del lavoro nei boschi. Il raccolto che non è come si desiderava…

Ecco dove mi sta portando ogni passo: nel bosco, nei castagneti. Quanto mi incuriosiva vedere la “Tata” raccogliere e ammucchiare le foglie, e quanto mi rattristava vederne, a volte, lo scompiglio improvviso causato dal vento, e lei sconsolata, una mano sinistra su un fianco e lo sguardo verso il nonno, rassegnata a vederle volar via, per poi radunarle di nuovo, a fatica, con un grande rastrello!…

Camminare sulla Via Francigena richiama alla vita di oggi e di ieri mescolando i pensieri, come il vento: tu vedi le necessità e le urgenze, intervieni con tutte le buone intenzioni e pensi, credi di aver raggiunto lo scopo, ma a volte arriva qualcosa o qualcuno che ti stravolge tutto, che scombina i piani… e devi ricominciare. Senza perdere d’occhio lo scopo, riprendi a dare fertilità al terreno della vita che abiti, con costanza, per far rinascere nuovi semi di grano. È come raccogliere continuamente le foglie spazzate dal vento, che raccogli comunque, certo della loro utilità futura. E a volte…, purtroppo, anch’io sono stato il vento e subìto i suoi impetuosi scompigli.

E intanto sono arrivato in cima nel punto panoramico. Mi fermo. Ma non sento la necessità di riposarmi, lo zaino è quasi vuoto, e non posso perdermi di gustare il frutto della fatica: ecco Fosdinovo visto dall’alto. Contemplo, fermo gli occhi in vari punti, ora qua ora là…

Sembra che il paese sia in movimento dal mare verso i monti…navigando su un’onda altissima di un mare color verde, agitato da infinite macchie variegate di una vasta gamma di colori autunnali, che emergono e sprofondano, ruotano su se stesse mangiando nell’ombra i colori che vanno a riemergere più in là illuminati dal sole. “È come una nave sulle onde, questo paese”. A poppa il mare, quello reale di Bocca di Magra; le tre torri asimmetriche, costruite in epoche diverse, ti fanno immaginare una “tre alberi”; la prua rivolta alle montagne… immersa nel cielo. Non mi aspettavo di vedere il Castello Malaspina somigliante al cassero di una nave che il pilota dirige verso le montagne: la chiglia saldamente fusa con la roccia resistente, a poppa si vede il mare, le montagne a prua. Una visuale simbolica che mi appassiona. Il mare infinito dove scorre la vita. La vita che non si ferma. L’anima che sembra dirigersi fino toccare l’orlo del cielo.

Lascio la “nave” e riprendo a muovermi sulla carrareccia che scorre ora tutta pianeggiante. Improvvisamente, tra gli alberi si apre una finestra panoramica sugli appennini Tosco – Emiliani. Localizzo soltanto qualche cima a me conosciuta, non di più: a sinistra verso nord, il Monte Marmagna (Pontremoli), poi verso il centro-sud, il monte La Nuda (Cerreto)… nient’altro! Non sono sagome a me famigliari come lo sono le Apuane. “Se qui ci fosse un cartello informativo con indicato il nome delle cime…”, borbotto tra me e me.