Da Pomarico a Craco



Da Ginosa ad Aliano – 4 tappe

A piedi tra Puglia e Basilicata

Aver battuto 26 km il primo giorno non si rivela una scelta vincente. La mobilità è robotica tuttavia non abbiamo ancora abbastanza ragioni per pensare ad altre rotte, ad altri modi. Abbiamo riposato poco ma bene. In serata ci avevano consigliato un percorso alternativo al nostro che invece risultava un saliscendi risparmiabile. Erano tutti d’accordo, non ci restava che accettarne i suggerimenti. GPS alla mano però, i dati approssimativi sono beffeggiati: il percorso è più lungo di 10 km. Quando quell’aggeggio nero smonta i tuoi piani e quelli di quattro uomini concordi, sembra quasi acquisire la capacità umana di giudizio. La sua capacità di calcolo rapida e precisa ride dei nuovi piani che contano 39 Km fino a Craco, ride dei piani iniziali che ci vedono ad Aliano in tre giorni, ride del ginocchio di Andrea.

 

Le sorsate alla fontana di Pomarico rischiarano le percezioni. Quella dei corpi si fa più consapevole: faremo autostop fino a Pisticci Scalo, di lì proseguiremo a piedi per Craco. Inizia un viaggio a tappe nella tappa del secondo giorno. La giornata è partita lentamente e siamo lenti nei movimenti e nelle scelte anche noi, fermate le gambe si abbassa la consapevolezza. Non ricordiamo i nomi della coppia di Prato che ci ha offerto un passaggio, né il nome del loro cane viziato. Ricordiamo che entrambi sono di Pomarico e sono tornati ai posti originari per trascorrere l’estate. Come ogni anno, come tanti meridiogranti.
Pisticci Scalo deve la sua ragion d’essere ai passanti, ai viaggiatori, ai lavoratori in transito. Questi a loro volta, devono a Pisticci Scalo il calzone di cipolle più buono di tutto il meridione. Un camionista fa sosta, l’autista del furgoncino che porta il Latte Rugiada scarica l’ordine del giorno.
Riprendiamo finalmente il cammino, i sensi si riaccendono, il corpo ricomincia a parlarci. Aria e piante seccate dal sole, l’asfalto rimanda il calore che assorbe. Di nuovo falchi, le cicale friniscono, ancora macchine e sole d’agosto torrido del Mediterraneo interiore. Poco prima del bivio per Craco-Peschiera incontriamo la vecchia stazione di Pozzitello delle Ferrovie Calabro Lucane. Era tappa nel viaggio tra Bari e Montalbano Jonico ma della tratta sopravvive il treno Bari-Matera, mentre il casottino del bagno per le donne nella stazione di Pozzitello resta un reperto dell’abbandono. Noi invece vorremmo abbandonare l’asfalto, ci proviamo immettendoci sullo sterrato adiacente. È il percorso della vecchia ferrovia che passava anche da Craco.

 

Sarebbe perfetto ripercorrerla, ma a tratti si perde nei campi ed in altri la strada diventa quasi perfetta ma conduce ai pozzi dell’Eni. L’asfalto si fa benevolo quando incrocia una fontana ancora in funzione. Cosa rara ormai in Basilicata: o l’Eni o l’acqua verrebbe da dire. Andrea tira fuori il tamburello per la prima volta da quando siamo partiti. Abbiamo dietro un arsenale di strumenti per la musica, il gioco e la fotografia ma il ritmo del cammino è serrato e restano poche forze residue per il resto. Anche le conversazioni si fanno semplici, essenziali. Tira fuori il tamburello per offrire un senso ai grammi che si aggiungono al carico. Nel frattempo scorrono le macchine dirette ad Aliano ma loro arriveranno tra un’ora, noi tra due giorni.
Craco Peschiera è una ventina di condomini tutti uguali. Non c’è storia nelle loro facciate. Si percepisce che all’edificazione di questo piccolo centro abitato, manca qualche tassello. Non si è formato dall’apertura di una chiesa, né come conseguenza di un fenomeno migratorio spontaneo: Peschiera è sorta dalle macerie della città di Craco, non è stata scelta dagli uomini ma è stata inevitabile conseguenza di un evento naturale. Da un margine, raggiungi con lo sguardo il margine opposto del paese. Ci sei dentro senza averlo attraversato. Le case come centro, l’aperta campagna come periferia. Un centro abitato ma non vissuto, la vita degli abitanti è altrove.

Si imbocca la strada per Craco vecchia, si abbandona la strada in piano e a tratti anche l’asfalto. Lo spazio si riapre, lo osserviamo dall’alto: pascoli aperti e calanchi di sorveglianza. Un pastore con le sue capre, sono viaggiatori esperti. Vivono ciò che ci affascina ma che non riusciamo a scegliere. Fino a Craco è una lunga salita, si fa più ripida tra i sentieri che tagliano i tornanti. Gli zaini si fanno sentire, “abbiamo bisogno di spalle” impreca Andrea. Ci separiamo, raggiungiamo il paese percorrendo due strade diverse. Facciamo i conti con i corpi e con i pensieri, in solitudine ora.
Case su case siedono sul promontorio di marna e argilla, formano un tutt’uno. Non sembrano rovine. Giuseppe, della protezione civile di Craco, ripete la stessa frase tante volte quante sono le macchine che arrivano; una decina da quando siamo arrivati. Poche a detta sua. Ci indica da lontano la casa in cui è nato, ci dev’essere un panorama incredibile da lassù. Ora vive anche lui a Craco Peschiera.
Guardiamo Craco dall’esterno della recinzione che la mette in vetrina. Due asini e qualche capra è quel che restano di più locale della vita che scorreva in quei vicoli. Vederli attraverso la grata rende il tutto un diorama protetto.

Bisognerebbe lasciare Craco al suo corso naturale forse, questa non piace a noi né agli abitanti sfrattati. Ne incontriamo qualcuno. Chiacchierano nel piazzale asettico circondato da case basse, bianche, in cemento armato stile Craco Peschiera. Nessuna storia nelle facciate costruite all’ombra delle rovine, la storia è lì.
Ci avete tolto la dignità. Sono arrabbiatissimi. Nessuno qui è pronto ad accoglierci. Ecco che quella recinzione stonata, quei caschetti gialli in fila tra le rovine, la Craco card acquisiscono un senso. Un non senso. Si sentono abbandonati, feriti gli abitanti di Craco che vedono vendere alla macchina del turismo la loro storia più dolorosa. Fronte stretta, sguardi torvi, neri, orcheschi. Sono donne espatriate senza aver cambiato paese. Ridono di me, credono arrivi da lontano. Mi invitano a tornarmene a casa, ridono un po’ meno ora che il dialetto ha smascherato la mia provenienza. Mi sentono più vicina, forse.
L’unica speranza di acquietare gli animi e gli stomaci ruggenti è nelle mani della signora dai leggins leopardati all’interno del camioncino dei panini. Offre, a detta sua, “un panino buonissimo con delle verdurine speciali”: cime di rapa stufate e melanzane sott’olio. Persino Andrea ne conosce la popolarità nella zona. Sembra perfetto, ci ringrazierà con i prezzi che neanche Milano Piazza Duomo.
Silenziosi, appesantiti dagli umori, spieghiamo la tenda sulla strada che intraprenderemo al mattino… Dormiamo ai piedi di una Craco distrutta, non solo nelle sue case.

Flavia e Andrea Flavia si occupa di migrazioni e viene dal mare, Andrea di foreste ed è originario dell’Appennino. Hanno storie e ritmi diversi ma i loro passi si incontrano in cammino.