Dal passo del Cucco a Monteromano



La mia Francigena – 9 tappe

La variante che porta a Carrara

La mia intenzione però è di proseguire verso Carrara ma attraverso le alte vie e svolto a sinistra. Dopo una decina di metri in direzione Fivizzano, Tendola, mi trovo al Passo del Cucco. Il segno CAI bianco e rosso (nella mappa il sentiero è il n. 290) inchiodato malamente su un paletto di legno mi indica che devo lasciare la strada e svoltare subito a destra. Un bel numero di abeti slanciati nell’azzurro sembrano farmi festa mentre prendo la carrareccia che passerà sopra Fosdinovo.

E qui, da passo del Cucco in poi, il panorama cambia. È scomparsa la vista del mare: gli Appennini Tosco – Emiliani sono lì a farsi ammirare in tutta la loro compatta estensione e ad unire in un unico paesaggio terra e cielo. Percorro un bel tratto di carrareccia fino alle indicazioni che il Comune di Fosdinovo ha predisposto per segnalare l’anello della passeggiata locale. Si aprono qui due sentieri. Il primo, brevissimo, con delle scale strette tra due muri, ti porta sulla strada asfaltata del Monte Carboli e scende poi verso il Castello Malaspina, l’altro prosegue segnalato sulle mappe del CAI con il n. 295. Questo sentiero conduce verso Carrara. Pochi passi e sulla destra leggo dei nomi femminili scritti sopra le porte di alcune casette in legno ben tenute: mi incuriosiscono, rimango improvvisamente sorpreso da due occhioni grossi, placidi che mi guardano da un muso lungo e bonaccione ma impassibile, silenzioso, che si affaccia ad una delle porte. “Toh, ci sono degli asini, qui”. Quei nomi familiari vengono usati per riconoscere gli asini destinati alla ippoterapia per i bambini: lo verrò sapere poi, da Stefano, che da lì passa spesso con la mountain bike per scendere a Carrara…

Anch’io ho avuto a che fare con un asino, anche se lo chiamavamo bonariamente “il miccio”. È stato il mio animale domestico preferito. Per me significava passeggiate, divertimento, scoperte, ogni volta che veniva portato in campagna o nei boschi. Il mio vicino di casa lo caricava di tutto ciò che serviva alla vita. Era divertente montar sul basto, avevo imparato a stringere le varie cinture di cuoio; gli sistemavo la cavezza infilandogliela dal muso fin dietro le orecchie dove si bloccava, e a sistemare per bene il pennacchio frontale colorato, di lana. E su, in groppa a questo asinello senza nome. Quanto mi divertiva montare sul basto che avevo legato sotto la sua pancia, e sentire le mie gambe ciondolare penzoloni, riposate e leggere che con i tacchi delle scarpe battevano il lento muoversi; mi dava fastidio invece sentire la testa e le spalle dondolare al ritmo cadenzato e barcollante del suo andare. “Clementino… guarda… passa sul ciglio della strada! “. Mi faceva però anche un po’ paura: lui lo teneva per la cavezza e lo tirava verso monte, ma niente, l’asinello poi tornava lì, nella parte più esposta del sentiero: sembrava volesse aiutarmi a non aver paura del vuoto, la mia paura del vuoto. Paura iniziata senz’altro in una precisa occasione… che mi fa tornare il tremolio alle gambe anche oggi…

L’occasione che ho stamani di camminare lento e libero dall’ordinario quotidiano del vivere, mi permette di rivedere quelle giornate.

Il silenzio mi porta lentamente a ricomporre i passi della memoria nel periodo della mietitura e a riscoprire gli attrezzi, i suoni, i rumori, le grida gioiose, i profumi e i giochi propri di questa fase della vita di paese. Mi ricordo bene il periodo, l’aia e la vita che l’anima, come se fosse ora…

Ciascuno nell’aia, oggi, ha un ruolo preciso. Anche ai più piccoli, tra un gioco e l’altro, non manca certo l’occasione di dare una mano. È il giorno, della pulitura del grano.
Gli uomini più giovani stringono tra le mani un piccolo fascio di culmi che ripetutamente battono su vecchi usci di legno per togliere i chicchi dalle spighe: schizzano dappertutto e si vanno ad infilare anche tra le lastre di pietra dell’aia: fanno disperare le donne che li raccolgono con le scope di saggina, mentre le galline si azzuffano, ingorde, mai allontanate dalle incomprensibili urla dialettali cui rispondono con un secco batter d’ali e andando più in là.
Chi passa nel corto e stretto vicolo che dalla via del paese conduce in corte “Pitoni” dove oggi si svolge la pulitura del grano, può vedere in alto, schierate alcune vassoie di legno in una danza libera e asincrona, staccate e sospese dal muretto dell’aia: alcune si muovono nel cielo estivo con un ondeggiare lento, altre decisamente più veloci; soltanto dall’aia è possibile scorgere la regia di quel ballo, generato dai polsi, prima da un lato e poi dall’altro e ritmato con un deciso rollio delle spalle che solo quelle donne sanno mostrare. Guardo oggi quella scena. Mi attrae l’abilità nel raccogliere nelle vassoie la cascata dei chicchi dorati lanciati in aria, e soprattutto torna ad incuriosirmi la piccola nuvola di pula che il vento da sotto spostava. Era come vedere nelle cascate di montagna quella fitta nebbiolina sospesa e mobile che l’acqua libera e spinge di lato, cadendo. “Mario, vieni, tieni aperto il sacco”, e con riconosciuta bravura, spesso sbuffando un pò, insieme ad un altro bambino eccomi pronto a tenere aperta la bocca del sacco e ad ascoltare nello stesso tempo anche il morbido rilassante suono dei chicchi puliti che scivolano dalle vassoie, pronte e mai stanche, a fare un nuovo giro, a far danzare di nuovo il futuro pane.

Gli uomini con i capelli bianchi posizionano piccoli culmi, ormai vuoti del grano, su un tronco piatto, e con un taglio netto di “pennato” che si ferma con uno schiocco attutito dal legno, danno alla paglia la lunghezza giusta (che soltanto loro conoscevano). Alcuni ragazzi hanno il compito di ammassare, in ordine, in uno spazio libero tra il muro della casa e la legnaia, sotto una tettoia incastrata nella roccia della montagna, la paglia così lavorata, utile per ricoprire le capanne in campagna.

La paglia di scarto viene gettata giù, nel vicolo, vicino alle scale di pietra che conducono all’aia: è il compito dei più piccoli.

In verità i giochi sulla paglia, i salti nella paglia, oggi sono il nostro vero ambito lavoro! Giochi antichi organizzati dai ragazzi grandi cui possiamo partecipare anche noi più piccoli…

Il mucchio di paglia ora sfiora il muretto di protezione dell’aia, in alto quattro o cinque metri rispetto alla stradina in basso.” Non avrai mica paura? Guarda come faccio io” “Anch’io…, guardami” “Fai una rincorsa e via… non ti fai nulla. Poi esci subito e fai saltare un altro, torni su e riprovi!”. Non le ho mai dimenticate le espressioni di incoraggiamento a fare il primo salto nel vuoto e le regole da rispettare! Via uno, una rincorsa… e via l’altro, e giù, tutti dal muretto saltavano di sotto, tuffandosi sulla paglia. Una specie di iniziazione.

Io sto lì ed osservo il lavoro dei grandi, le spalle rivolte ai giochi degli altri. Non mi lancio. Il mucchio di paglia, intanto, si abbassa lentamente…

Mi sento afferrare sotto le ascelle e per le gambe…, “ No! No!”, ma non c’è più niente da fare: “uno…due…tre…”. Anch’io volo in alto… Un volo improvviso… brevissimo…: mi sembra di sentire la testa danzare nel vuoto come una vassoia , e braccia e gambe sono in balia del vento, come la pula… Sento sul collo uno schiocco secco come quello che risuona nell’aia…, poi più nulla… Non esco subito come tutti dal mucchio di paglia… anche se era la regola. Il gioco si ferma. I lavori nell’aia proseguono soltanto per un po’. Le galline continuano la lotta ingorda, il pennato non batte più ritmato sul tronco. Nessuno fiata… Io rimango laggiù sulla paglia, supino, immobile e stordito, dolorante al collo…. Poi, coraggioso, faccio finta di niente, esco…, ancora un po’ stordito salgo le scale e torno anch’io nell’aia, come vuole la regola…

Il gioco ora cambia all’improvviso: “Ragazzi ora facciamo -la corbana-”. Ecco questo era il momento che attendevo, lo conoscevo già da qualche anno. Non saprei definire il significato corretto del termine. Ma nel dialetto significava che dopo i salti sulla paglia, il gioco si svolgeva a terra, laggiù nel vicolo, di fronte al -cigliero-, (così è individuato in dialetto lo spazio della abitazione a piano terra dove veniva conservato di tutto). La paglia era ben pigiata e compressa dagli infiniti e ultimi salti, pronta per costruire piccole gallerie. Noi piccoli, gattonando, ci si rincorreva avanti e indietro fino a non poterne più; per i più grandicelli, che entravano dalla parte opposta delle bambine, era anche l’occasione della nascita dei primi innocenti amori.
La paglia alla fine, conciata a dovere, veniva mescolata alle foglie di castagno, a formare la lettiera per gli animali: le mucche e l’asino facevano infine la loro parte… In primavera tutto veniva poi utilizzato come compost ecologico per fertilizzare i campi del Piano.