Dal punto panoramico a Castelpoggio



La mia Francigena – 9 tappe

La variante che porta a Carrara

Questo lungo sentiero pianeggiante si conclude sulla strada asfaltata della “Spolverina”: al di là della strada compare di nuovo il mare! Dietro la struttura ricettiva, vicina, c’è uno spiazzo, ci vado e mi riposo, mangio qualcosa, mentre contemplo nuovamente lo spettacolo lì sotto. Da questa terrazza naturale si resta incantati: il panorama immenso spazia da Aulla fino alla costa livornese. Il leggero spumeggiare delle onde disegna la morfologia di tutta la costa.

Fatta la sosta, riprese le energie, mangiato qualcosa, ora riparto. L’occhio va sugli Appennini, fra un mese circa si rivestiranno dell’inverno. Più avanti, improvviso a destra un nuovo panorama: le Alpi Apuane. L’occasione per le foto qui non mancano davvero. A destra della strada un contenitore antincendio delle Forestali fa da segnale e indica un parcheggio; c’è gente accanto a me che ammira le cime e gli spalloni dei monti, affascinanti, che si innalzano al cielo con le ferite bianche, che l’uomo ha fatto per procurarsi il pane, macchiandole molte, troppe volte anche di sangue…

Mi torna in mente un versetto di una canzone, preghiera del cavatore, che avevo sentito cantare in dialetto carrarino negli anni ‘70: “E am so’n mis a pr’gar…”, spontaneo mi parte dalle labbra il canto di un frammento:

“O Signor,

Te che t’sen lassù, n’zim a la cava;

Te che t’ved nicò, fa cl’pez al sibi pan pr’ tuti;

d’acqua dl’fil al sibi vin

e la rena e la scaja, do soldi, pr’ star ben

e noà a t’ufrin la fatica e l’sudor.”

(E mi sono messo a pregare… O Signore, tu che sei lassù in cima a la cava, e vedi tutto, fa che il blocco sia pane per tutti; l’acqua che scorre col filo, sia vino, e la rena e le scaglie del marmo, diventino due soldi per star bene, e noi ti offriamo la fatica e il sudore).

In questa bella e malinconica canzone scritta da A. Bassani e musicata da O. Giarelli c’è tutto lo spirito di un popolo, che non è facile capire nemmeno da chi, come me, tra questo popolo c’è dentro da una vita: bisogna nascerci per esserne un tutt’uno. Carrara si identifica con le sue cave di marmo: ricchezza e povertà, orgoglio, limite e afflizione, vita e tragedia di tutto un popolo, da generazioni. Tutto è lì dentro quelle grandiose macchie bianche che squarciano la montagna, dove si aprono bacini marmiferi affascinanti, spettacolari e drammatici nel mostrare la loro bellezza interna; ma a chi è lì dalla nascita fanno scomparire dalla mente gli originari e familiari lineamenti delle cime sistematicamente tagliate e modificate in altri imprevedibili profili, smontate e vendute in grandi blocchi o sbriciolate nella sottile polvere del carbonato di calcio!

Una striscia di fumo sulle case di Castelpoggio, segnala che la vita, comunque, continua a scorrere, e sale come una preghiera al cielo, confondendosi col bianco delle cave. Più avanti ancora gli Appennini e poi le Apuane, a destra ecco di nuovo il mare, incorniciato tra gli alberi. Stupendo! Non ho ancora percorso un chilometro e trovo una fontanella d’acqua fresca a sinistra e faccio la cosa più naturale per un pellegrino: mi disseto abbondantemente, riempio la borraccia e riparto. Le ginocchia stanno bene, in questo asfalto le gambe sembrano volare, ora divenuto pianeggiante. Il traffico minimo mi permette di gustare anche la strada, larga, e mi offre tra gli alberi un’altra nuova prospettiva sul porto di Marina di Carrara.

In questi quattro chilometri si sono alternati vari quadri di cielo, di terra e di mare, incorniciati tra i rami degli alberi e legati tra loro dalla bellezza di forme e colori, come fosse il tema di un’Expo.

Aggiungo così nuovi tasselli di colore e li accosto agli altri già posizionati stamani nel mio “mantello del pellegrino“ che ha quasi raggiunto la sua completezza cromatica.

“Scusi, quanto manca al paese?”, chiedo ad una mamma che incontro mentre spinge il passeggino con un bambino che strapazza un peluche. Il paese è vicino, accelero il passo. Castelpoggio mi accoglie con le sue bandierine colorate. Nella piazzetta c’è vita: uomini seduti nelle panchine con il sigaro toscano, di poche parole, o in piedi, le mani in tasca, si rivolgono al mare; donne a gruppetti che parlano tutte assieme; bambini che giocano nel piccolo spazio rimasto; una bancarella di dolcetti circondata da piccoli golosi… Dalla piazzetta saluto con un ultimo sguardo Bocca di Magra e il mare, ormai noti, che mi offrono tutta la loro bellezza, da altra angolatura prospettica.

“Castelpoggio, oggi deve essere in festa”. Osservo. Le finestre dell’unica breve strada che conduce verso la chiesa sembrano salutarmi. Sono spalancate, il sole vi penetra dentro e con i suoi raggi sembra voglia leggere e riscaldare di un unico calore le innumerevoli storie della vita. Storie di vita che immagino incorniciate e racchiuse in una foto posta in ordine sui comò degli anziani, o storie scritte in fogli di quaderno dai contorni che erano tinti di rosso, cotti dall’antico, vite rinchiuse in chissà quale cassetto, dimenticate o rimosse dalla coscienza.

I vetri di una finestra che viene spostata lanciano al mio sguardo riflessi che subito si spengono…, ma la luce ormai mi è penetra dentro a scovare e illuminare chissà quale ombra…

È così che si è aperto un altro cassetto del canterale della mia memoria, dove erano rimaste in ombra le storie di vita….

Anche mia nonna teneva molte foto ricordo, tutte in bella vista, sul comò; in particolare una era sempre al centro della lastra di marmo, come su un altare. Non so se tenesse lettere nei cassetti, tuttavia me ne era capitata sott’occhio e l’avevo letta tanti anni fa: purtroppo non ricordo chi dei nipoti la possa ancora conservare. La prima frase di apertura, ed altre che segnavano una lontananza forzata, sembravano cancellate, ma l’affetto per lei, oggi riporta quello scritto con calligrafia ottocentesca nella retina dei miei occhi e quindi alla memoria.

Cominciava così: “Dolcissimo e carissimo mio sposo…”. Lettera dolorosa e delicata. La scrisse a mio nonno emigrato in America, tra i tanti a “far fortuna”: la lontananza fisica; la preoccupazione del “tirar su i figlioli come meglio posso”; “quando tornerai?”… facevano emergere un amore profondo, tenero e triste, allo stesso tempo…

Mando giù un bel po’ di saliva! Il ricordo dei capelli lisci e bianchi raccolti dietro la nuca con un elaborato ciuffo, e degli occhi accompagnati dalle rughe del sorriso e il viso ben curato, arrotondato e leggermente inclinato a dirci il suo affetto, segnato chissà da quale sofferenza nascosta ma anche dalla dolcezza mai perduta…, ora, mi penetra come una scheggia di vetro nella carne viva!

Di questa emigrazione e permanenza in America, in casa, non se ne parlava mai. Accenni vaghi, mai una data certa, mai un’allusione, mai un racconto esplicito di quei cuori vicini e lontani. Rimozione? Certamente! Ricordi dolorosi? Senza dubbio! Lo sta a testimoniare un breve dialogo tra mio babbo e il nonno. L’episodio risale all’inizio degli anni ’60. In quel periodo molti paesani andavano a lavorare in Australia: anche mio babbo decise di emigrare per andare laggiù come falegname e avrebbe successivamente portato con sé anche la famiglia. Una sera in cui eravamo tutti presenti attorno al fuoco in casa della nonna dove venivano cotti i biroldi appena insaccati e sul tavolo della cucina venivano lavorati altri prodotti del suino nostrano, poche parole in dialetto, secche, decise e tassative caddero come un’improvvisa frana che ostruisce una strada: “Tu in Australia non ci vai”! Quella frase mi è rimasta impressa perché probabilmente a me crollava invece un sogno, quello di viaggiare e di vedere il mondo che avevo studiato a scuola, nella Geografia; forse a mio babbo risuonò invece come un richiamo alla sofferenza e alla solitudine, alla amarezza e ai rischi che il nonno aveva vissuto come emigrato. Il babbo continuò a portare avanti la falegnameria lì nel paese, e nessuno mai più parlò di far fortuna altrove.

Suppongo ora che il nonno si opponesse a questa partenza per dare finalmente voce alla sua esperienza vissuta all’estero, ma probabilmente anche per evitare alla nonna un altro strazio…

“Il tato M.”, raccontava la nonna a noi nipoti, con la sua voce dolce e tremolante, senza rancore per nessuno, “andava da Castelnuovo a Lucca, in una jeep americana, a prendere la posta per le mamme del paese che avevano i figli soldato ancora lontani da casa…”. “Quelle lettere -ci ha spesso ripetuto- mai giunsero in paese” nelle mani delle tante madri in attesa.

Non tornò nemmeno lui: lo scoppio di una mina anticarro gli aveva spappolato una gamba. Morì dissanguato e abbandonato al lato della strada, non fu soccorso da nessuno, ma derubato, sì. Mia nonna lo perdeva il 24 aprile del 1945, era mercoledì e aveva 28 anni, sacerdote appena da quattro. Con il figlio, non se ne andò però la sua fede, e nel suo viso continuò, per tutti, a danzare la bontà.

Le testate dei giornali dell’epoca, il giorno successivo, raccontavano della Liberazione.

Con questi pensieri e il cuore un po’ a pezzi, intanto, giungo di fronte alla chiesa del paese.

Alla fontana della piazzetta antistante trovo una anziana signora che sta entrando in chiesa con il fazzoletto in testa, nero, a fiori, e legato con un nodo sotto la gola mi annuncia della festa, quasi mi invita: “Domani porteranno qui la statua della Madonnina di Fatima”.

Entro in chiesa con lei, mi siedo nell’ultima panca, vicino ad un antico e pregiato fonte battesimale. L’oscurità mi avvolge e in quel silenzio, attendo che gli occhi si abituino all’ambiente mentre cerco di leggere il manifesto delle celebrazioni della festa. Ma è la luce dei ricordi ad arrivare per prima: iniziano a scorrere nella mente con la velocità dei vecchi videoregistratori quando pigiavi il pulsante dell’avanzamento veloce. Le immagini vanno rapide, ma riesco a catturarle con gli stessi occhi del cuore che hanno vissuto quei teneri momenti della mia infanzia e che ora mi sfarfallano dinnanzi, chiedendomi di accoglierli.

Tra la folla presente mi riconosco il bambino che ero a 8 forse 9 anni, accanto la sorellina K., che non mi mollava mai, con il vestitino di picchè, i capelli a treccine e un vistoso fiocco bianco legato sul capo, durante le feste era sempre vestita così, bella! Tutti attenti al piano inclinato dove lentamente, su un binario posato su una vecchia via di lizza che si perde nel cuore delle cave, dall’alto, scende un carrello sostenuto e rilasciato lentamente da una fune d’acciaio. Oggi sul carrello non c’è il blocco di marmo ma quattro uomini che tengono in spalla una piccolissima e dolcissima statua di “bianco P”. I piedi della Madonnina sono protetti insolitamente da un paio di ciabattine e poggiano sul piedistallo in legno bianco e dorato, tutto addobbato di fiori gialli: lo aveva costruito mio babbo! Sento improvvisi gli scoppi dei mortaretti che salutano e fanno tremare dentro con il loro forte rimbombo e gli applausi di saluto interminabili che si alternano all’immancabile canto che accompagna la piccola statua che è appena apparsa dal buio della galleria, lassù in alto e i inizia la sua discesa a valle. La festosa sonorità della banda musicale è lì per cantare a squarciagola il giorno della festa della Madonnina del Cavatore, che ogni anno si celebra ancora oggi nella prima domenica di agosto. In quel giorno tutti rientrano al paese e per tutti è ricordo indelebile dell’infanzia felice e completa.

Questa sequenza che si è dipanata velocemente ora, qui in chiesa, nello schermo della mia memoria, in verità l’avevo rivista davvero, qualche anno fa, in una delle solite serate invernali, dopo cena, quando fai zapping e dici che alla TV non c’è niente; quando hai gli occhi stanchi e aspetti l’ora del riposo, proprio in quel momento di attesa.

Apro uno dei cassetti della libreria, così, tanto per rimettere un po’ di ordine, o forse soltanto per fare qualcosa. Tra le mani mi passa un CD! A pennarello indelebile sopra c’è scritto: “Festa della Madonnina del Cavatore, ricerca storica della Scuola Primaria di Gorfigliano”.

D’istinto accendo il portatile, inserisco il CD, premo invio, e partono le prime sequenze: la folla…, io bambino, il canto alla Madonna… Ma più lascio scorrere il video… meno riesco a vedere le immagini di quella età ormai passata e ricoperta ormai da troppo tempo dallo spessore della vita: il cuore mi riempie gli occhi di lacrime, velandoli di una struggente e travolgente nostalgia… Spengo tutto. Vado a letto… non termino nemmeno l’Ave Maria e preso dal torpore mi addormento.

Sento salire su dal cuore fino in gola un lungo sospiro, batto lentamente le mani sulle ginocchia ed esco a riconquistare il presente.

“Bello il paese con le bandierine!” dico, rivolto ad un uomo che porta a spasso il suo cane “Domani portano qui la Madonna di Fatima”. Sorride. “È quello il sentiero che porta a Noceto?”. Indico un ciottolato in discesa, lucido e consumato dagli animali, dagli uomini e dal tempo. “Si vede che è antico, vero?”… (faccio con lui un breve tratto di strada fino al suo allevamento più sotto). Percorro ancora un breve tratto, poi mi fermo a dare un’occhiata in giro, interpellato da una informazione che mi stava sfuggendo. “Dove sarà stato l’Ospitale di S. Sisto di cui parla la Dott. Crudeli nella sua tesi?”.

L’Ospitale viene segnalato come uno dei tanti presenti su questo tratto, ipotizzando l’esistenza di un percorso di collegamento tra Aulla, Fosdinovo, Castelpoggio con L’ Ospitale di S. Sisto e l’Ospitale di S. Giacomo e S. Cristoforo, e quindi una delle possibili ramificazioni della via Francigena, appunto.