Dal punto panoramico alle Prade



La mia Francigena – 9 tappe

La variante che porta a Carrara

Ma c’è il sentiero da percorrere, altre immagini da accogliere. Volto le spalle al mare e riprendo il passo lento sul tratto di strada pianeggiante fino alle ultime case andando verso nord. Non trovo alcun segnale della variante VF. Lascio il sentiero CAI 290 che continua verso sinistra girando ad anello la montagna e mi incammino sulla mulattiera a destra che mi accorcia il percorso: la trovo segnata nelle mappe; il 290 lo incontrerò di nuovo, più avanti.

La salita è breve e mi fa acquistare quota. Meritava! Questa mulattiera va in cresta alla collina e ti porta davanti agli occhi due paesi che il pellegrino attraversa prima di arrivare fin qui: a sinistra, lì in basso Vecchietto, e Bibola più in su, in secondo piano tra il verde. In lontananza si scorge la pianura di Aulla. E il camminare già ti ricorda il passato che hai vissuto…

La salita è il mio limite. Mi intimorisce e la sento, non certo per lo zaino che è quasi vuoto. Un veloce sguardo fin dove giunge la vista in alto, poi di nuovo occhi a terra e su, su: i passi scandiscono la cadenza del cammino, uno dopo l’altro, in ombra, tra i castagni. I raggi del sole circondando le foglie ancora presenti, illuminano la mulattiera dove, distesa, una serpe si accorge di me e lesta striscia via impaurita. Il passo è deciso, ma non è veloce: slow way, come si usa dire oggi. Sto bene.

In breve tempo incontro il sentiero pianeggiante ed ecco di nuovo la vista sul mare, e dopo una curva uno spazio libero tra la vegetazione mi apre la visuale sulle montagne: ne rimango subito coinvolto, il cuore… lo sento battere dentro e mi si sconvolge l’anima…
Accanto a questa natura si innalzano i primi pensieri; dal mare dell’anima i ricordi emettono i loro deboli suoni: “anche noi facciamo parte di te”. “Vogliamo camminare con te!”.

È già un bel po’ che guardo la punta dei miei piedi, non per calcolare dove posare il passo, ma per scegliere il frutto di stagione. L’impazienza di mangiare le castagne che sono per terra, belle, color rosso-autunno, grosse, mi impone di fermarmi.

Ora sento il respiro calmo, normale, da cui sembrano formarsi le immagini della mia infanzia, lente e inafferrabili come ombre in chiaroscuro che si muovono dietro le quinte, pronte a fare la loro comparsa nella scena di cui oggi sono partecipe.

Quando ero bambino ho imparato a raccogliere le castagne, ma anche a mangiarle. Mio nonno mi ha insegnato a “spellare” la castagna mettendo tra i denti la torcia, facendo attenzione ai resti ormai secchi e pungenti degli stili del fiore. Ora mi rivedo compiere quei gesti appresi: con un morso deciso strappo via una parte di involucro, il pericarpo, e poi continuo la pulitura con le dita. Tolta questa parte esterna marrone, elimino con tanta pazienza, la perisperma color camoscio molto chiaro, che è amara e sciupa il sapore della castagna fresca e della farina. Ecco che le unghie e i polpastrelli delle dita mi si impastano del residuo appiccicoso. Ne vale la pena però: il seme schizzato dal riccio cadendo ha sapore di montagna, sa di autunno, ti fa sentire il calore del fuoco, del camino acceso…

Eccole, le aspettavo. Le immagini a me care, mescolate con la realtà che incontro, sono sgusciate fuori tutte insieme, sono entrate nella scena, come le nuvole di fumo che i tecnici sparano a raffica sul palcoscenico per avvolgere chi dà spessore ai fatti della vita. Eccole… salgono veloci, girano su se stesse, si mescolano, svaniscono, si riorganizzano con impercettibili tratti sfumati, fino a distaccarsi in distinti ricordi che pensavo appassiti o scomparsi nei sentieri del mio lungo cammino…

Il nonno, la nonna; le castagne raccolte tra i ricci pungenti, ricercate anche tra le foglie per coglierle tutte senza perderne nemmeno una; la lenta essiccazione nei metati… Sento di nuovo nelle narici e nelle labbra l’odore e il sapore del fumo che mi investiva ad ogni girar di vento e mi rivedo le lacrime agli occhi e, come d’incanto, mi trovo di nuovo tra il fumo a giocare con la brace, sotto attenta sorveglianza dei grandi che raccontano le “fole”. Ogni sera nel metato, siedono intorno al fuoco, su ceppi di castagno o su quelle sedie sgangherate tolte alla cucina, tenute su da listelli inchiodati, testimoni silenti della lunga preghiera del Rosario e della rassegna della vita del paese … che le donne sanno continuamente aggiornare e spesso “arricchire” di perspicace e creativa fantasia. Guardo alzarsi dai grossi ciocchi, che schioccano lanciando qua e là schegge infuocate, le fiamme incandescenti e luminose formare un mare di folletti, di lingue, di foglie, di aerei, draghi, corone rosse, strisce gialle e blu, mai ferme su se stesse, che sembrano sfuggire dal loro punto iniziale per creare nell’aria altri fantasiosi disegni che danno luce calore e colore alla vita circostante. formando nelle pareti ombre instabili e sempre diverse. “Quando sarò grande, voglio essere come queste fiamme, scaldare, illuminare, rallegrare, dare calore a ciò che mi sta attorno, fare qualcosa di bello, di originale per la vita”.

Tra il fumo sogno il futuro, il mio futuro.

Il ricordo del fumo mi ha fatto intanto lacrimare gli occhi, davvero. Intanto il tempo scorre, e i ricordi tornano ad essere nuvole anonime e ingarbugliate e camminano con me.

Sto scendendo ora in una parte di sentiero sassoso avanzando lentamente, attento al terreno. “Quanto sarà lunga questa discesa?”. Mentre penso così, alzo per un momento gli occhi: Toh, guarda un po’ chi si rivede”. Tra le foglie, proprio diritto a me, le Apuane congiungono le loro cime al cielo: tutte lì, schierate, discretamente maestose, e al di là, ai piedi del Pisanino, rivedo il mio paese. Il sole si rispecchia e rimbalza contro il bianco delle cave di marmo.

Dietro di me, il silenzio fa sentire lontano il rumore di una moto… sembra che si avvicini… “Si, si… si avvicina, chi sarà?”. Passa un ragazzo in motocross… Lo saluto con la mano e mi risponde con una voce rauca, soffocata dal motore e dal casco che indossa. Il rumore se ne va lentamente come era arrivato. Con il silenzio, rivedo di nuovo il mare alla mia destra e gli Appennini alla sinistra! In un minuto mi trovo avvolto e abbracciato dal bosco, dal mare, dalle montagne, dai prati e dal cielo: c’è un cambio di scena, di fondali, di quinte e questi nuovi protagonisti che mi fermo a fotografare; tutti assieme mi guardano e mi disegnano un sorriso di gioia nel cuore… e nel viso… “Acc…mi è mancato il verso di farmi un selfie”. Scherzo tra me e me affascinato dalla moderna tecnologia con la quale i miei nipoti mi hanno messo in contatto. Splendido essere qui oggi! Una preghiera sale spontanea dal mio profondo verso Colui che ha voluto la vita dell’anima capace interagire con la natura. “Grazie o Dio delle tue meraviglie!”. Pronuncio con spontaneità proprio queste parole, con voce dolce, per non coprire e disturbare il silenzio. E il mio stato d’animo riceve in contraccambio una ulteriore sorpresa di pace. Accelero il passo.