Dalla chiesa di Castelpoggio all’Antico Ospitale dei SS. Giacomo & Cristoforo in Carrara



La mia Francigena – 9 tappe

La variante che porta a Carrara

Mentre penso alla validità convincente dell’ipotesi, trovo una posizione favorevole per una foto al paese, e ora intuisco anche l’origine del suo nome. Lo vedo stampato lì nel cielo come un “Castello sul poggio”, custode della piccola valle del fiume e del paese sottostante, che domina. Mi attrae.

Osservo il ciottolato: devo controllare il passo che vuol scendere veloce. Dopo aver visto l’allevamento dei cani, subito altri incontri: un allevamento di suini e nell’altro lato del sentiero un pony si avvicina alla staccionata, curioso, mi guarda; in lontananza una nuvola sfiora il monte Pisanino e il Pizzo d’Uccello; le Apuane, sempre lì sulla scena. Il sentiero in pochissimo tempo mi porta sulla strada asfaltata che collega la Strada Provinciale con il paese di Noceto. Il tratto è breve, direi anche riposante e termina lì dove ne inizia un altro largo e ben tenuto, tra i castagni e termina nella piazzetta del paese di Noceto. Più in basso da qui si intravvede la parrocchiale, recentemente restaurata, ma chiusa.

Il sentiero per Gragnana scende a lato della chiesa. “La fontana con l’acqua corrente ci voleva proprio”. Più di un sorso, mi asciugo col il dorso della mano e proseguo sul piccolo sentiero.

Tra selve ben pulite, vigneti ormai spogli, coperto da un’ombra gradevole scendo veloce. Si intravedono subito i tetti delle case di Gragnana. Due case unite da un arco mi introducono nella stradina che attraversa il fiume e mi conduce sulla via provinciale. Ormai mi sento a casa. Manca meno di un km. e mezzo e sarò a fine tappa.

Sono incerto se scegliere di passare da Sorgnano percorrendo un vecchio sentiero che scorre parallelo al fiume il lieve salita, o continuare sulla provinciale.

Il tempo a disposizione però è poco. Scelgo l’asfalto.

Le auto scorrono nei due sensi. Mi tengo bene vicino al ciglio che costeggia il fiume.

Ancora pochi metri ed ecco l’antico rione di Graziano. Qui ci sono i resti delle antiche mura Albericiane del ‘500, l’antica porta che dava accesso alla città è stata demolita mi primi anni del ‘900 per far posto al Viale Potrignano. Sto arrivando…e arrivano con me anche gli ultimi pensieri. Quelli più recenti, ancora vivi nella esperienza del mio camminare…

Sentieri e carrareccie, mulattiere e strade asfaltate mi hanno permesso di viaggiare… dentro la natura e dentro di me, come d’altra parte è avvenuto anche nel tratto compostellano da Sarria a Santiago. Ma soltanto ora metto a fuoco alcuni aspetti dell’ambiente che mi aveva accolto, vissuto ma non interiorizzato. La segnaletica curata, i numerosi punti di accoglienza, la quantità di persone che sono avanti o dietro di te, le nuove conoscenze ricche di lingue diverse, sono la realtà del Cammino. La realtà che mi ha circondato in tutti i 100 km percorsi mi ha incanalato verso la ricerca del senso presente e futuro della vita, mia e del mondo, che con te scorre, ma che ogni giorno rinasce… Andare verso Santiago è stato come camminare con il mondo intero, unificati tutti dalla stessa direzione e dalla stessa mèta, uno accanto all’altro, ciascuno sostegno all’altro nella fatica del camminare… affratellati… fino là, nella piazza di fronte alla Basilica.

Essere tutti uniti nella stessa “piazza della vita”, in pace con tutti, con tutte le lingue del mondo, pienamente felici di avercela fatta, genera la speranza in un mondo nuovo che continuamente viene fatto camminare da uomini e donne di buona volontà verso una mèta comune. È come scaldare il mondo. Nella piazza di Santiago è di scena ogni giorno e in ogni momento l’urlo d’arrivo dei gruppi, la fatica il pianto e il sorriso di avercela fatta, di esserci riusciti, tutti, di aver realizzato il sogno!

Di fronte a me, al di là della strada si snoda il rione di Grazzano. Lo percorro tutto guardando ammirato le piccole icone marmoree poste sopra le case, costruite sulle mura, abbellite dai molti portali del marmo bianco locale. Mentre scendo verso l’antico Ospitale, attira la mia attenzione l’icona dell’Annunciazione, murata sopra una porta di una casa nella piccola piazzetta: è del XVI sec. dalla bocca di Maria escono le parole di accettazione dell’Incarnazione del Figlio di Dio; più avanti, scendendo lentamente ma a naso in sù, sulla sinistra, una rara raffigurazione marmorea della Natività sempre del XVI sec., mi attrae: veri gioielli dell’arte popolare del passato. Qui lo sanno davvero lavorare il marmo!…

Dopo i 100 km da Sarria a Santiago, dopo aver percorso il primo tratto italiano della Francigena dal Gran San Bernardo a Pont s. Martin, e, di recente, il tragitto ufficiale Avenza – Massa, ho concluso anche la tappa di questa variante non ufficiale della “mia Francigena”, proprio qui, a due passi da casa.

Mi trovo di fronte all’ingresso dell’Antico Spedale dei SS. Giacomo Maggiore e Cristoforo.

Qui, da qualche parte a me sconosciuta, era posizionata una lapide, traslata nel vicino ospedale civico, inaugurato il 10 Luglio 1876. Il testo che riportava era scolpito a caratteri gotici, in elegante maiuscolo e ricordava il Pontefice, Papa Giovanni XXII che concedeva l’indulgenza ai pellegrini che entravano nella piccola chiesa dell’Ospitale: siamo nel 1335.

Non si hanno notizie storiche né sulla data esatta della collocazione della lapide, né sull’inizio della costruzione di questo Ospitale, ma nel giorno 11 Ottobre 1278 si conosce la prima data ufficiale che ne testimonia l’esistenza: anni in cui il porto di Luni iniziò la sua decadenza.

Da un documento del 1688 si sa comunque che l’Ospitale “riceve sia pellegrini che malati, spesandoli e albergandoli per tre giorni”. Realtà che spinse la Chiesa dell’epoca a riconoscere questo luogo come punto di “accoglienza” di pellegrini e viandanti.

Così sostengono gli storici locali che, insieme alle suggestioni della lettura della tesi di Laurea su “L’antico Spedale dei Santi Giacomo e Cristoforo di Grazzano a Carrara”, Università di Pisa 2011 di Vittoria Crudeli, mi hanno dato la spinta e la motivazione giusta a “verificare sul campo” la possibilità dell’esistenza e fruibilità di questo spicchio di Via Francigena, con connotati paesaggistici unici e umanizzante sensibilità evangelica.

Camminare in questa ramificazione della Via Francigena, oggi, ha significato per me riscoprire il passato con le sue bellezze, naturalistiche, affettive, storiche e religiose locali, ma anche reimpossessarmi di uno spicchio della mia vita trascorsa al paese natio.

Ora con lo spirito del pellegrino entro nella chiesa dei SS. Giacomo Apostolo e Cristoforo, spalancata: è abitata dal silenzio, che mi concede la possibilità godermi il riposo a fine tappa.

Una grande tela sullo sfondo, inserita nel barocco altar maggiore di marmo policromo, mostra Maria che accoglie il figlio Gesù sulle ginocchia.

Mi siedo. Mi scopro a contemplarla.

E immediatamente ci vedo anche mia mamma. Ora un altro ricordo è lì, che galleggia sul mio cuore e aspetta di essere raccolto. Accetto. Non posso affogare un segno di amore. Ormai conosco questo gioco della memoria che riemerge, come un qualsiasi oggetto galleggiante che hai costretto a stare a fondo per un bel po’, finché, appena allenti la pressione, ti schizza fuori e rimbalza improvviso nell’acqua, e magari ti spruzza inattese gocce di lacrime negli occhi…

È una giornata estiva, è venuta da Lucca una zia, e mi trovo a casa della nonna. Quella casa, situata sul versante del monte, era il punto di riferimento e d’incontro di tutti i parenti. Dalla parte opposta della stessa strada, distante due o tre volte la grandezza dell’ombra proiettata dalla grossa pianta di sambuco vicina, c’è la nostra: dall’aia della nonna si vede l’uscio di casa. La zia mi ha appena chiamato per darmi un regalino. Non sto più nella pelle. Lo prendo, lo stringo tra le mani, e via, corro, lo voglio far vedere alla mamma. Sulla mia destra c’è un’abitazione, distanziata di qualche metro più in alto da una stalla. La zia è appoggiata alla ringhiera della terrazza, curiosa di cogliere quel previsto momento e la mamma è lì che sorride e mi aspetta. Le due donne si guardano e seguono me mentre attraverso velocissimo la strada. Ma improvvisamente le grida e le invocazioni per un attimo si sovrappongono, fortissime: “Attentooooooooo!!!” “O Madonninaaaaaaa” e vengono soffocate da un tonfo potente che fa tremare la terra. Mi sento sommerso da voci confuse ed occhi spalancati, e imbrigliato da mille protezioni: l’abbraccio di mia mamma fortissimo; la zia impaurita mi accarezza; la nonna è bloccata con le mani tra i capelli bianchi; il babbo salta fuori dalla falegnameria; lo zio calzolaio chiede se è venuto il terremoto, tutti lì, accanto a me, attorno a me, a toccarmi e a guardarmi, tremanti e spaventati…

Dopo aver colpito e schiacciato chissà che cosa, rotolava e rimbalzava veloce giù, tra quella casa e la stalla, e, più veloce del tempo impiegato dalle donne a gridare quelle parole, rivolte a me e al cielo, contemporaneamente tracciava il suo ultimo arco, sopra di me, fermando la sua potenza di morte contro un muro al di là della strada un grosso masso di calcare, che si era staccato dalla montagna…

Finalmente, con il braccio alzato da un po’, e il regalo puntato ai suoi occhi, sciolgo l’attesa ingenua e impaziente: “mamma, guarda cosa mi ha portato la zia!” le urlo, felice.

Il masso poi, qualche giorno dopo venne spaccato per diventare un innocuo muro a secco alto un metro e lungo una decina: è ancora lì a sostegno dell’orto del vicino. Il Comune deliberò e costruì lunghe ed alte muraglie protettive sulla scarpata della montagna. Avevo sì e no 6 anni! Del fatto e del dramma sfiorato, che la mamma mai ebbe il coraggio di raccontarmi, ne fui informato qualche anno più tardi, non mi ricordo da chi. “Dio ti ha salvato!” mi ha sempre detto la nonna. Fu il primo dei Suoi misteriosi interventi che oggi posso riconoscere e testimoniare.

Sento il diaframma spingersi rapido verso il cuore e gli occhi mi diventano lucidi, il respiro si blocca per un attimo. Il sipario di questa inusuale giornata sta per chiudersi.

La tappa viene suggellata dalla timbratura di questa chiesa che pongo in uno spazio della mia Credenziale.

Mi faccio il segno della croce e mi avvio verso casa…

Lo zaino ora è carico del cammino del mio passato, ma lo sento insolitamente leggero…