Dalle Prade al passo del Cucco



La mia Francigena – 9 tappe

La variante che porta a Carrara

Il sentiero che fin qui ho percorso si ricongiunge ora con il 290, poco prima di terminare sull’asfalto di fronte a una “maestà” di recente costruzione. Attraverso e lascio il breve tratto di strada per seguire subito a destra la carrareccia, che scorre ad arco su questo territorio delle “Prade”. Sul palo ben visibile c’è scritto “Fosdinovo”, e sotto, finalmente, compare il simbolo del pellegrino di color giallo, con la freccia che indica il percorso alternativo della Via Francigena. La carrareccia si fa ora mulattiera e si snoda nel bosco di lecci, càrpini e corbezzoli; nel sottobosco piante di lamponi, ormai spoglie del loro frutto rosso violaceo estivo mi richiamano, in maniera sfuggevole, i pomeriggi soleggiati di agosto nella valle di Ortodidonna, immerso tra le piante di lampone più alte di me a raccogliere i frutti abbondanti, con i miei fratelli.

Attraverso il prato, ampio, aperto: il terreno è morbido, piacevole. Più avanti si intravvede sul colle il paese di Fosdinovo. Il sole penetra tra i rami con lunghi intrecci di luce e illumina a tratti il percorso ombreggiato e ricco di fiori gialli, bianchi e lilla, sopravvissuti al forte calore di quest’anno. Questi ritagli di luce li sento penetrare anche dentro e illuminare i ricordi nell’anima.

A destra del sentiero incontro una vecchia casa abbandonata, solitaria, abitata e avvolta dai rovi e dall’edera. Mi incuriosisce un forte ronzio che mi fa guardare un càrpino avvolto da un’immensa pianta d’edera che lo soffoca, ma che con la sua fioritura ha attirato un enorme numero di api: si stanno nutrendo, e danno l’assalto ai fiori autunnali, per portare l’ultimo e prezioso nettare a casa. Mi avvicino alla pianta: il profumo di nettare ora lo sento profondo, intenso…

Quante volte, puntualmente, alla stessa ora, insieme ai miei fratelli rievochiamo anche quei momenti dello sciamare delle api a maggio, o la smielatura che il babbo faceva proprio in autunno: una festa per tutti! E quante punture d’api noi bambini ci siamo beccati che richiedevano il pronto intervento di mano esperta. Era un compito della mamma, che toglieva il pungiglione, ci portava in cucina, prendeva il coltello e pigiava la piatta lama d’acciaio sulla piccola ferita per raffreddare l’immediata infiammazione prodotta dall’ apitossina iniettata, mentre il dolore generava in noi piccoli, lamento e lacrime. E quanto mi incuriosiva osservare da vicino il polline che ingrossava le zampette posteriori di ogni ape bottinatrice, e annusare nell’aria, vicino ad ogni alveare, il nettare zuccherino, invisibile ma profumato, che riempiva la vescichetta melaria presente nell’addome, dove gli enzimi e l’acqua iniziavano il loro lavoro di trasformazione; e quanto ero orgoglioso di raccontare alla maestra che io avevo le api nell’orto presso casa, e che tutte le conoscenze dell’apicoltura le avevo apprese dal babbo e dall’esperienza!

Profumi, colori, insetti, alberi… quanti ricordi piacevoli. Questo percorso sta lentamente consegnando “alla mia età” un inatteso regalo! Eh già, l’età! Con chi me la chiede scherzo così: “Ho compiuto 7 anni per la decima volta, quest’anno!”. E sono ancora incuriosito di tutto, come all’ora!

La carrareccia, in tutta la sua lunghezza, è tracciata a forma di arco e abbraccia questo vasto territorio leggermente inclinato verso la fertile terra di Sarzana. Osservate da lontano una ad una, le Prade, sono porzione di terreni, uno, accanto all’altro, simili ad enormi vassoie rivolte verso il mare, leggermente abbassate per domandare al sole tutta la sua luce e il suo calore; le Prade, accostate l’una all’altra, danno però la sensazione di trovarsi a lato delle gradinate di un anfiteatro greco, attrezzato di tutto. Il mare e le colline spezzine disegnate fra terra e cielo fanno da sfondo; sul palcoscenico della pianura sottostante prevale ancora il verde, ma è ora spennellato a macchie con infinite sfumature autunnali: il giallo e l’arancione, l’ocra e il verde ruggine, il rosso e il marrone, a seconda delle piante che ne sono rivestite con il variopinto abito di fine stagione. Tutto è armonizzato dal fiume Magra, sinuoso e piatto, reso visibile da una tonalità grigio – blu metallizzato e brillante, che divide in due la pianura con molti campi già arati. In alto, da un lato, una vecchia casa colonica con accesso dalla carrareccia sembra la sala di regia dello spettacolo che la natura oggi mi offre, pagando soltanto il biglietto della mia fatica. Mi incanto, guardo e riguardo questo luogo e lo “salvo” nella memoria. Chissà perché sto facendo questo. “Mi sono fermato troppo. Devo ripartire”.

Mentre proseguo accelerando il passo, il Golfo di La Spezia, con in lontananza Portovenere e l’isola del Tino, sta scomparendo alle mie spalle: la scena prende altri sfondi, altre voci, altri suoni, altre regie e protagonisti. Rintocchi di campane che segnano l’ora; qua e là il breve canto autunnale degli uccelli. Ora sento anche il profumo di campagna e di umidità: l’erba è bassa, la terra è addormentata senza la vita della primavera. “Voglio tornare qui”, mi dico…

Inattesa, come un tocco sulla spalla o un rumore improvviso che ti rimbalza dentro, ecco la voce di mia mamma: la sento, e mi fa sussultare il cuore: “Mario! Vieni, andiamo nel Piano a raccogliere l’erba per i conigli”. Eh sì, a questo luogo che sto attraversando, “Le Prade”, si sovrappone un altro spazio a me caro: il “Piano” del mio paese. Era (oggi è abbandonato…) una distesa di prati, orti, campi e ruscelli, alberi da frutto e fiori. Fiori, tanti, moltissimi fiori, ne conoscevo il nome ed anche il profumo, tutto era lì, nel Piano, e sembrava fatto apposta per la sopravvivenza del paese e il divertimento dei piccoli.

Non andavo volentieri con mia mamma a “fare l’erba”. La ammiravo perché lei poteva usare la falce, con velocità, sicura: in quattro e quattr’otto di quell’erba vera, ne faceva davvero un fascio che, verso casa, poi teneva in equilibrio in testa, su una treccia di stoffa arrotolata; io invece dovevo organizzarmi con le mani, piccole, delicate, quelle del bambino, e, a volte quando la tiravo in su verso di me mi segnava la pelle lasciandomi lunghe e sottili strisce di sangue.

“… Ma quando ti faccio il coniglio arrosto ti piace, vero?”.

Com’era saporito e come lo sapeva fare la mamma: aveva imparato quando da ragazza “era per serva” a Genova, e allora, piano piano, anch’io mi rimettevo giù, ginocchia alla terra ingolosito dal coniglio arrosto.

“Mario oggi con il nonno andiamo a raccoglie le patate”. Questo sì, mi piaceva. Ci andavo matto! Raccogliere le patate significava giocare con la terra, impostarsi le mani, sentirla tua, possederla, manipolarla a piacimento: un po’ mettevo le patate nella cesta, un po’ costruivo, scolpivo, inventavo, comprimevo, rimuovevo, e se lì appresso poi c’era la fossa dell’acqua… vi lascio immaginare!

Il Piano del mio paese! Immensa pianura coltivata con di tutto e di più. Fonte di vita, la vedevano i “grandi”; luogo di giochi, lo vedevamo invece noi. Da grandicelli andavamo da soli, non c’erano pericoli. Nel Piano si imparava a conoscere tutto ciò che era vita, ad amare il profumo dei fiori, dell’erba, del fieno e del grano tagliato; nel Piano si costruivano le casette sugli alberi e si facevano le gare di velocità, saltando i poggi come se ci fossero trampolini invisibili, si volava; nel Piano si raccoglievano i fiori di campo per il mese di maggio da portare in chiesa. Il Piano era la “scuola” all’aperto dove le maestre ci conducevano per farci conoscere ciò che era la natura, gli insetti e gli animali domestici: avevamo imparato a conoscerli tutti e di tutti gli ordini, classi e famiglie… (vi risparmio l’elenco…, a dir la verità perché non saprei più ricostruirlo). Fotografie? Cartelloni? Enciclopedie? Filmati? Compiti di realtà o in situazione? Niente di tutto questo: le scienze si facevano soltanto con la natura vera. I genitori erano contenti di tutto quello che le maestre facevano con noi, anche delle correzioni al carattere ribelle…, e le sostenevano, e veniva loro dato e riconosciuto il grande spessore educativo complementare alla famiglia, perché erano “le Maestre”. A volte sbagliavano, si, è vero: ma davanti ai nostri occhi venivano sempre difese dai genitori, comunque. E da noi avevano il dovuto rispetto.

Nel Piano si facevano le “rogazioni” al mattino presto e si andava a scuola più tardi, e a scuola ci andavamo da soli, già alle elementari: le regole comuni che guidavano la comunità erano dettate dalla realtà della stessa vita di paese e tutti le condividevano e rispettavano guidati dalla propria coscienza, per cultura ricevuta e assimilata, senza ricercare dall’esterno l’intervento della suprema autorità della legge.

Per i bambini e i ragazzi il Piano era luogo di giochi, palestra di vita, didattica all’aperto, libertà pura, mondo da scoprire, tutto! È lì che correvo nei viottoli che collegavano un campo all’altro. È’ li che ruzzolavo e prendevo confidenza con la natura, le persone e la vita, è lì che si facevano le pallate di neve in inverno o si trascorrevano i lunghi pomeriggi estivi a giocare a nascondino tra il granturco già alto o tra le centinaia di paletti, disposti in file ordinate, che sostenevano le coltivazioni di fagioli. Su gli alberi, che spesso ci graffiavano le gambe quasi a difendersi dai nostri assalti, salivamo per mangiare ciliegie, susine, pere, mele, fichi, ogni tipo di frutta a seconda del periodo, e a volontà.

È lì, nel Piano, che siamo cresciuti tutti!

Oggi, questo tratto della Francigena ha ridato alla memoria il colore, i profumi e la vita del “mio Piano”. Che sorpresa simpatica rivedere questo denso spicchio della mia infanzia!

“Si, si! Ci tornerò, qui”.

Mentre do voce a questo desiderio, un brivido mi avvolge le spalle, e non è il freddo: sento le labbra donare al volto un più ampio sorriso, e il passo quasi divorare il sentiero.

Fra poco lascerò anche le Prade: lo avverto dal vociare dei cicloamatori che vanno chissà dove e dal frullar di ruote delle loro bici sportive che scorrono la Francigena ciclabile, poco sopra di me.

Lascio il sentiero 290, segnato anche con il logo del pellegrino VF. Il percorso delle Prade è stato breve, attraente e indimenticabile, anche per l’incontro e la breve chiacchierata con le due donne che si confidavano i rispettivi segreti, sedute sull’erba e ascoltate soltanto dalla leggera brezza di mare.

Un’ultima occhiata indietro e poi mi immetto anch’io sulla strada.

Pochissimi passi in leggera discesa ed ecco, superato un piccolo bosco a destra, si presenta il golfo di La Spezia, con il suo catino di mare grigio blu, piatto e solcato ora da una nave. È scura, bassa, lunga. “Forse è una nave da guerra”, penso, senza conoscere le sagome di alcuna nave, ma so che là in rada ce ne sono diverse, appartate. Più in giù l’occhio scorge il fiume Magra, colorato di argento, verde, azzurro e radioso di chiazze di luce, che scivolano sull’acqua rilanciando verso di me lunghe animate scintille di sole, e come una pennellata sinuosa sulla tela, lento, si piega a baciare il mare di Bocca di Magra.

Improvviso si erge incorniciato tra i rami e le foglie degli alberi, maestoso, in lontananza, come dipinto nel cielo limpido, il Monte Sagro; il suo abito mi ricorda il colore dei campi rivestiti di grano maturo. “Ma guarda un po’ – mi dico – laggiù, con l’acqua attorno, il grano da poco spuntato dalla terra, di color verde, che all’inizio dell’estate sarà di un giallo dorato, e in alto, di fronte a me, invece l’erba ormai dorata dal sole estivo che fra qualche mese riprenderà il colore della primavera: vita che nasce, vita che si conclude, con in mezzo tutti gli altri colori, complici di disegnare un’intera esistenza.

Con queste immagini nel cuore e gli occhi che alternano il monte e il cielo, appena in tempo evito di schiacciare una mantide religiosa: sta raggiungendo lo spazio erboso a lato della strada. La sua struttura corporea di un verde brillante e intenso, la testolina girevole in posizione di guardia, il prototorace sottile da cui spuntano le due lunghe robuste zampette raptatorie, rassomiglia vagamente agli aeroplanini di legno, con le due piccole ruote e l’elica ad elastico, che il babbo mi aveva insegnato a costruire.
Il silenzio concede la sua voce interiore alla soffice e lenta risonanza dei miei passi che mi riporta nella concretezza del camminare. L’olfatto mi avvisa che sono vicino ad una pianta di bosso. Per un po’ di tempo cerco di localizzarne la provenienza. Il suo aroma si intensifica e si avvicina sempre più. “Eccolo laggiù”. Sulla destra della strada una bella siepe di bosso circonda una casa: è da qui che si diffonde questo profumatissimo aroma a me famigliare…

“Ma non è possibile!” Bisbiglio tra me e me, tanto non mi sente nessuno. Il profumo di bosso è entrato nelle pieghe sperdute della mia memoria….

Ecco, con il resistente bosso, da ragazzi facevamo le fionde, e nelle nostre casette, costruite su queste piante, noi fratelli e amici del vicinato passavamo i pomeriggi ad inventare infiniti giochi e a vivere interminabili immaginarie avventure. Le piante di bosso si trovavano nel bosco vicino casa e il loro profumo come l’amaro sapore delle foglie entrò subito a far parte delle esperienze di crescita.

Qualche rametto di questa piccola pianta veniva conservata in tasca, da noi bambini, e faceva parte di un gioco quaresimale. “…Ma perché portavamo un rametto di bosso nelle tasche, dal giorno delle ceneri fino a tutta la Settimana Santa?”. Cerco di entrare dentro i vari nascondigli della memoria, ma niente: non riesco a ricordarne lo scopo; probabilmente già in quel periodo si era perduto il significato di questo abbinamento sensoriale e religioso. Giochi per educare alla memoria del sacro, come la “Collana di castagne bollite” che portavamo appesa al collo e poi nella notte tra il 2 novembre e la festa di Ognissanti si lasciava sul tavolo della cucina per le anime dei morti? Chissà!

Mi sto accorgendo che l’odoroso forte profumo di bosso dà vigore e sorriso al mio cammino. La strada scorre senza far sentire alcuna fatica. “Sarà la leggera pendenza?”.

E di nuovo il pensiero si fa parola, rivolta a non so chi.
Ora mi trovo in un tratto, dove il cielo e la strada sono marcati da un enorme elettrodotto che va verso il Golfo di La Spezia; a sinistra della strada un ordinato terreno coltivato ad olivi, piante di ciliegio e noci, mi attrae e mi fermo a guardare richiamato dalla armonica diversità dei colori autunnali; come un puntino nel cielo, una poiana compare, lenta, in cerca di prede.

Ho appena percorso un chilometro di asfalto. Ora gli alberi di leccio mi riparano dal sole che ancora si fa sentire. Un’auto mi sta sorpassando, ma ormai vedo la segnaletica stradale che indica Fosdinovo e Carrara a destra: il cambio di strada è definito anche dalla segnaletica turistica marrone della VF che orienta verso il Castello Malaspina, dove termina la tappa di questa variante toscana Aulla-Fosdinovo.