Post Scriptum



La mia Francigena – 9 tappe

La variante che porta a Carrara

…Non mi sono ancora slacciato il mantello del viator: sembra che il sonno se ne sia accorto…; o forse la fatica del camminare in questa “mia Francigena interiore” vorrà farmi ancora stupire?…

Vado a cercare le foto di famiglia e le contemplo, quasi le accarezzo una ad una, lentamente. Nell’ultima pagina, infilato in una busta gialla, avevo lasciato il CD della scuola. Poso sul divano le foto, accendo il PC…, premo invio e partono le prime sequenze della festa. Seguo quelle immagini lontane: una piccola folla… lo sfondo di un piano inclinato… il carrello… gli uomini… la Madonnina che si avvicina… i mortaretti… la canzone…, io piccolo, mia sorella con vestitino di picchè e il fiocco bianco, sempre appiccicata a me…

Mentre le impronte di quei momenti scorrono nel computer si riflettono anche nei miei occhi e vanno a stamparsi nel cuore…

I ricordi che si presentano impressi in negativo come ombre luminose su una antica pellicola riprendono lentamente i loro contorni; sempre di più la vita trascorsa si ricostituisce…, quei colori quotidiani obliati ricompaiono, ritornano nitidi e pienamente a fuoco con tutte le tonalità che li compongono…

Il gioco rievocativo e variegato mi prende ancora una volta, mentre mi guardo camminare dentro…
La “mia età” corre, corre, corre…, verso quel bambino, “l’età” di quel bambino, fino a terminare la mia corsa davanti ad uno specchio, antico. La mia figura, la figura di quel bambino, è come nascosta dietro la vernice argentea di uno specchio, abitata da moltissime spellature color ruggine causate dagli anni che impediscono all’immagine di presentarsi nella sua completa nitidezza.

La memoria, però, compie il suo ultimo miracolo.

L’argento ancora vivo del vecchio specchio lentamente si impossessa di tutte parti corrose e rubate dal tempo fino a ricostruire un unico riflettente e sottile strato luminoso. Tolgo alla polvere anche gli ultimi spazi che occupa e che ci separano… È lui; no, sono io, con gli occhi e il naso all’insù, in piedi, le braccia conserte, incantato dall’avvicinarsi della Madonnina che scende dal piano inclinato. Gli scompiglio la generosa nuvola di riccioli e poso l’altra mano sulla sua spalla… si gira. I nostri sorrisi larghi si incontrano. Lo sguardo di quegli occhioni azzurri, come due fari luminosi, mi cercano per bagnare di luce i miei. Mi abbasso verso di lui. “Oooooh! Ti aspettavo!” gli leggo sulle labbra. Mi tremano le ginocchia. Appena lo sollevo in aria e lo abbraccio, dentro, sento esplodere i mortaretti della festa; gli ottoni della banda musicale mi fanno sobbalzare… Anche lui mi abbraccia e lascia che la “nostra” sola immagine ora si rifletta nello specchio, e il canto si sgomitola veloce per diffondere la sua melodia verso il cuore, e poi viene su…, su…, fino a riempire di sorpresa i miei occhi.

Le lacrime questa volta non sono accompagnate dal singhiozzo della nostalgia, ma le vedo indossare il raffinato vestito della gioia che vogliono mostrare: a loro offro il mio volto, come un palcoscenico.

Si mettono tutte in due file, e una dietro l’altra camminano veloci sulle rughe presenti, raggiungono gli zigomi sollevati dal sorriso, ampio e sereno e vanno giù, e poi giù… sorpassano a lato le labbra tremolanti, e impazienti gocciolano con un balzo sul petto…: non vogliono perdersi la danza del cuore, che sta regalando alla “sera” della mia vita la freschezza e i riflessi della rugiada mattutina…

…Ma era un sogno?