Diario del 10 settembre



In viaggio con il VTTE – 10 tappe

Alla scoperta del Po

Il tintinnio delle chiavi del 22 mi accompagna mentre pedalo lungo il canale. Mettono un minino di allegria in una giornata che speravo andasse diversamente, ma forse no, forse va bene così.

A dir la verità non sono tutte e due del 22, una è 20-22, l’altra è 21-23, sono valori che indicano i millimetri di larghezza di dadi e bulloni. Le ho messe sopra il bagaglio a portata di mano, le ho messe lì perché mi servono per la regolazione fine del carrello, per gestire quel mezzo millimetro di spessore che può determinare la riuscita o meno di questo viaggio.

No, non stiamo parlando della regolazione di una nave stellare o di una supercar, stiamo parlando delle regolazione di un carrello che ho costruito per la bicicletta.

Lo so, è assurdo, è incredibile, eppure mezzo millimetro in più o in meno fanno la differenza in questo viaggio. Fino ad ora è andata bene poi staremo a vedere per i prossimi giorni.

È semplice, è banale… Una ruota, quattro pezzi di ferro e un po’ di viti. Tutto lì, non ci vuole poi molto a mettere insieme un carrello da attaccare dietro alla bici.

No, non è così semplice…

La Goat ha dato buone soddisfazioni, mi ha portato in giro per l’Italia, su asfalto , su sterrato e in mezzo alla neve, anche se io quel passo con la neve non l’ho certo affrontato volentieri, però era andata meglio del previsto.

La Goat è lenta, ma è stabile, anche se certe malelingue parlano di un ribaltamento si è trattato solo di un ribaltamento del carrello su un sentiero molo stretto lungo l’Adda, un sentiero più stretto della distanza fra le ruote.

Il VTTE è un buon mezzo, ma devo ancora capire come si comporta con un carrello.

Sono stati tribolati gli ultimi giorni, a dir la verità ero ottimista, mi sono permesso di prendere più tempo per i dettagli, per le rifiniture, per ottimizzare al meglio, ben sapendo che dopo la prima prova emergeranno un sacco di difetti che poi cercherò di correggere nella versione successiva.

A parte il peso (questo carrello sembra il simbolo della meccanica pesante) l’insieme risponde alle mie idee. Solo pezzi piatti, non ci sono pezzi curvi, niente saldature, niente rivetti. Il tutto è pensato per essere facile da realizzare e da riparare. Lo considero modulare, perché si può cambiare e realizzare diversamente un pezzo senza dover cambiare tutto il resto.

Hai quasi finito il lavoro, lo agganci e fai un giro di prova.

Il freno… è vero devo ancora sistemare il freno… Infilo la bacchetta, avvito a parto. Prima frenata: ZAC!

La bacchetta si sfila, svito, reinserisco e riavvito. Riparto ZAC! Si sfila un’altra volta!

Smonto i pezzi, ma non si può perché sono grippati, nessuno mai ha forse provato a smontarli negli ultimi venti o trent’anni.

Spruzzo lo svitante, nulla, smonto l’insieme superiore.

Rimonto il tutto faccio diverse prove, non ve le sto a raccontare tutte perché sarebbe veramente dura.

Ci sono momenti che arrivano, prima o poi arrivano, magari te li aspetti, magari no.

Sono anche momenti in cui hai in mano un pezzo di ferro forgiato forse vent’ani prima che tu nascessi e quel pezzo di ferro che ha fatto il suo egregio lavoro a un certo punto decide che ha fatto il suo tempo e smette di funzionare. Tu non capisci il perché, lo guardi, lo scruti, lo piazzi sotto una lampadina come facevano negli interrogatori dei film degli anni 70. Niente, è tutto perfetto, eppure qualcosa non funziona, eppure tu, una soluzione la devi trovare, eppure tu da quella soluzione devi uscire, perché tu domani sari in viaggio, con quella bici, con quel carrello, verso quella meta, e quella maledetta asta del freno deve funzionare! DEVE FUNZIONARE!

Che faccia come vuole, ma deve funzionare, deve fare il suo dovere.

Riprovi per l’ennesima volta, hai paura di perdere la pazienza, ma non te lo puoi permettere.

No, non te lo puoi permettere, perché è sera tardi, perché domani in negozi saranno chiusi, perché non è detto che tu quel pazzo domani lo trovi in commercio e tu, domani, devi partire.

Se si sfila forse è troppo liscio, forse con quel colpi di lima lo rendo ruvido e poi funziona. Uso la lima dolce, la bastarda o la lima da mazzo? La dolce può bastare per un primo tentativo, non posso indebolire troppo l’asta.

Ok, riprovo. Avvito e parto, freno… ZAC! Si sfila ancora!

Mi siedo, devo stare calmo, non posso permettermi di sbagliare.

Ricomincio a guardare, studiare, pensare, ipotizzare…

Forse la filettatura non è sufficiente, forse basterebbe mezzo millimetro…

Ok, ho capito, che scemo, perché non ci ho pensato prima, ci vuole più spessore.

Ravano nel bidone delle rondelle, bene, questa è quella giusta.

Svito il dado, aggiungo la rondella e avvito senza sforzare troppo. Se mi mangio la filettatura va tutto a farsi friggere.

Dai, ora tiene, ce l’ho fatta. Parto per il collaudo, due pedalate e poi freno… ZAC!

Si sfila ancora!

Non mi resta nient’altro da fare.

Forse è finita, se non trovo una soluzione non parto, non posso mettermi in strada senza il freno posteriore…

No, non mi posso rassegnare, una soluzione ci dev’essere.

Una soluzione c’è, ma ha un punto di non ritorno, se va male devo assolutamente cercare un altro pezzo, poteri pensare di costruirlo, ma non è per niente semplice dovrei scaldare l’acciaio, dovrei saldarlo.. non so, non ci voglio pensare.

Dicevano che ci sono momenti…

Ci sono momenti in cui una volta andati avanti non si può più tornare indietro, ci sono momenti in cui chi ha dato ha dato e chi ha avuto ha avuto, ci sono momenti in cui vinci o perdi, momenti in cui non puoi piangere sulle tue decisioni.

La decisione è presa.. No! Ferma, pensaci ancora un attimo…

Ci penso… la decisione è presa, bisogna ricorrere alla soluzione finale.

Bisogna ricorrere alla soluzione decisa, netta ed inequivocabile.

Bisogna ricorrere al padre della meccanica.

Quando la meccanica si ribella bisogna, talvolta, chiamare in causa gli antichi poteri, risvegliare quelle forze della natura che sanno dove agire per risolvere le situazioni.

Quel freno farà il suo dovere, che voglia o non voglia farà il suo dovere.

Sfilo l’asticella e la fosso in morsa, è tardi, ma il condominio sa che io devo partire per cui saranno tolleranti.

Impugno saldamente la soluzione finale, la mazzetta da un chilo.

Quell’asta si aggancerà nel punto giusto, comincio a martellare ben sapendo che la regolazione fine che prima faceva una vite da 4 millimetri io la devo ricreare con una mazzetta da un chilo.

I colpi devono essere pochi e precisi, non so se ce la farò, ma sono fiducioso. Spero solo che l’acciaio sia della “morbidezza” giusta, che non si spezzi.

Un primo colpo, guardo bene, non ci sono crepe. Un secondo colpo, sfilo la stecca d’acciaio e la metto in posizione. Va bene, la misura è giusta. La risistemo in morsa e finisco il lavoro. La rimetto in posizione e faccio un giro di prova. Tutto bene. Il freno non è perfetto, ma funziona.

Una bici che ha vissuto almeno metà del secolo scorso non può certo avere i freni di una bici ad altissima tecnologia e gran parte delle bici in circolazione ha freni meno efficaci di questa. Posso quindi dire che parto con dei buoni freni.

Qualche giorno fa sono andato dal ciclista:

«Ce l’ ha i pattini per i freni a bacchetta?»

«Sì, lo vuole rossi o neri»

«Che differenza c’è?»

«Quelli rossi sono più morbidi, quelli neri sono più duri»

«D’accordo, ma dal punto di vista della frenata che differenza c’è?»

«Con quelli rossi la frenata è più morbida, con quelli neri è più dura.»

Penso: “Adesso sì che ho le idee chiare.”

«Lei che bici ha?»

«Una bici da uomo, più o meno del 1950, con ruote da 26 pollici, alla quale aggancerò un carrello per farci un viaggio.»

«Allora le do quelli rossi.»

Cosi ho comprato quelli rossi, anche se non ho capito perché sono più adatte di quelli neri, ma sono convinto che se ci ragiono sopra qualche minuto ci arrivo, però fino ad ora non ho ancora avuto il tempo per farlo.

È tutto pronto, mi sembra tutto pronto. La bici è pronta, il carrello è pronto, l’equipaggiamento è pronto.

Una doccia prima di partire, giusto per sembrare meno disumano agli occhi di chi mi vedrà ansimare a cavallo di un ferrovecchio trainando dei pezzi più o meno variopinti con una bandiera arancione per non farli calpestare.

Ora devo partire, ora devo andare, non sono convinto, non sono certo che tutto andrà bene.

Ma neppure Colombo, Nobile o Shackleton avevano la certezza assoluta che tutto fosse perfetto. Posso dunque partire.

Faccio l’ultimo giro di prova in cortile, il muratore che sta sistemando i balconi mi dice:

«Scusa perché ieri tutto diritto oggi tutto di qua e di là?»

Questa è disperazione, non è possibile, ce l’avevo fatta, ero tutto calibrato, avevo trovato il punto di equilibrio, quella cosa che si deve sempre trovare per far andare bene le cose…

Guardo il marocchino con aria disperata, facendogli segno con le dita di tacere, come se niente fosse successo, come se ripartendo tutto si possa sistemare, ma sono che non accadrà.

Riparto per il secondo giro, niente da fare, il carrello balla.

Sposto il carico, nei film alo fanno quando stanno per andare a picco le navi e cadono gli aerei, ci provo anch’io. Ora le cose vanno meglio, una vocina dentro di me mi dice che non è vero, ma io non le credo.

Temo per la barra filettata, so che potrebbe sostenere un camion, ma io temo lo stesso, metto in borsa una barra di scorta con altri dadi, aggiungo anche le chiavi del 22 che pensavo di non portare. In tutto avrò aggiunto almeno un chilo e mezzo…

Parto, pochi metri e il carrello balla.

Calmo, stai calmo, dopo tutto il lavoro fatto questo maledetto carrello non ti può pugnalare alla schiena proprio adesso, non può essere così vile. Deve andare diritto!!!

Ce l’avevi fatta, era tutto in ordine, perché ora non va??? Deve andare.

Dai, non tutto è perduto, forse quel mezzo millimetro può fare la differenza. Riprova!

Le chiavi del 22, una ferma, l’altra fa mezzo giro, metti l’antisvitamento. Riprova.

È stabile, sta in linea, mi segue senza ballare, fa il suo dovere. Non sono tranquillo, sono ancora teso e preoccupato, ma voglio partire, ora devo partire e partirò!

Una pedalata, un’altra. Occhi aperti e orecchie diritte. Mani sul manubrio e nervi a fior di pelle.

Dai, ce la stai facendo, tutto regge, oggi sono poco più di venti chilometri, cerca solo di arrivare prima del buio.

La pista ciclabile è finita, ora c’è lo sterrato, solo qualche chilometro, ma se passi questo è fatta.

Alcune foto di rito, non ho tempo di piazzare il cavalletto, così riprendo solo la bici. Tengo una velocità tranquilla e costante, non vorrei sollecitare troppo il mezzo, passo dall’asfalto allo sterrato un paio di volte. Arrivo al cavalcavia, ogni volta che passo su questa strada questo cavalcavia è un punto di non ritorno, è un punto che mi dice se posso affrontare le salite, e quindi le discese.

Ce la faccio, il messo risponde bene, faccio meno fatica di quando sono passato con la Goat, ma questo lo immaginavo.

Arrivo a Orio Litta, Pierluigi Cappelletti, Sindaco e responsabile dell’ostello della Via Francigena mi accoglie ancora una volta. Ormai è abituato a vedermi arrivare all’ora di cena, ma è sempre molto disponibile.

L’ostello è in ristrutturazione, vengo quindi ospitato nell’ostello provvisorio nei locali del Municipio.

Ci sarebbero altre cose da dire, ma per oggi credo possa bastare.

Giancarlo Cotta Ramusino Informatico di professione, scout, appassionato di viaggi a piedi e in bicicletta. Nell’inverno del 2011 ha ripercorso le tracce della ritirata degli Alpini dalla Russia nel 1943. Per Terre di mezzo ha pubblicato Camminatori, guida pratica per esploratori, giramondo, viaggiatori, pellegrini,turisti, avventurieri. I suoi diari di Viaggio: http://www.percorsiditerre.it/diari-di-viaggio-di-giancarlo-cotta-ramusino/

5 thoughts on “Diario del 10 settembre

  1. ottimo ma non riesci proprio ad allegare qualche foto?
    in bocca al lupo, ti seguiro’ con curiosità
    chicca

  2. sei meglio di Bartali, ma è tutto da rifare; più forte di Magni il “leone delle Fiandre”, ma il Passo dei Cappelletti dobbiamo farlo insieme…