Da Toirano al colle del Melogno



Terre alte – 3 tappe

Camminare sull'Appennino ligure

Un itinerario nell’immediato entroterra vicino al mare può far pensare che il percorso si snodi tra dolci colline; ma qui la montagna inizia subito, senza intermezzi, senza il tempo di pensare che fino a pochi minuti prima si era sulla spiaggia.

La giornata inizia con la suggestione delle Grotte di Toirano, in cui le tracce del tempo sembrano aver preso il sopravvento sul presente: racconti di orsi preistorici e di uomini che entravano in queste caverne per cacciarli, per ripararsi o forse semplicemente per la curiosità di scoprire cosa si potesse nascondere lì dentro. La testimonianza di uomini dentro grotte di cui non conoscevano nulla, portando con sé strumenti che non aiutavano molto a vedere o a proteggersi. Uomini che camminavano carponi nel buio, tastando il terreno con mani e piedi, seguendo la parete lungo la roccia per orientarsi. Antiche impronte stampate in un fango che il calcare ha cristallizzato, lasciandole in eredità a noi, per consentirci di immaginare storie di antiche esplorazioni.

Lì, a fianco il Santuario ipogeo di Santa Lucia, altra traccia di un passato, se pur molto più recente, racconta di antichi pellegrinaggi. Le scritte votive, lasciate da chi da qui partiva per andare lontano, ma scriveva con la cenere il proprio nome sulla roccia per cercare di rendere visibile la forza del legame con queste terre così complicate e varie.

Un legame di cui ci racconta anche la custode, che da più di tredici anni sale faticosamente a piedi fin quassù per rendere accessibile il santuario, tenerlo in ordine e accogliere chi ancora oggi va a farsi benedire gli occhi dalla Santa.

Con la suggestione di queste storie e uno squillo di corno per inaugurare ufficialmente la tappa, si parte, inerpicandosi su per una salita in mezzo ai boschi. Il sentiero sale, senza tregue nel primo tratto, facendoti guadagnare molti metri e issandoti sopra il mare, sopra le spiagge assolate che riappaiono all’improvviso quando esci dal bosco o giri dietro la roccia o quando esci da una nuvola che nascondeva il paesaggio. L’orizzonte, con la riviera e le spiagge, accompagna tutto il cammino, il panorama sul mare si nasconde e riappare, sembra creare un legame indissolubile mare e montagna, tra terra e acqua.

Il sentiero si offre a tutti, ma non si concede facilmente; chiede di essere scoperto, forse anche un po’ desiderato e pretende qualche sforzo. Passo dopo passo i boschi iniziano ad aprirsi e la natura del territorio torna a mescolarsi con la sua storia. Di qui passò Napoleone e il percorso fu costruito per il passaggio delle sue armate; un sentiero lastricato che risale lungo crinale e si affaccia a picco sul mare.

Il contrasto tra l’asprezza del calcare e la luminosità delle spiagge in lontananza sembra riassumere l’anima di queste terre: la tenacia dei contadini nel cercare di renderle coltivabili, le difficoltà di chi lavorava nelle cave di pietra o ancora il peregrinare dei pastori alla ricerca di un pascolo erano il naturale compendio alla vita lungo la costa.

Incontriamo qualche carbonaia, spiazzi costruiti per la preparazione del carbone di legna. Qui si accatastava la legna e la si copriva di terra fino a formare una sorta di piramide, all’interno della quale veniva acceso un fuoco che doveva ardere lentamente, per bruciare la legna solo esternamente e formare il carbone.

Ancora un ultimo sforzo prima di arrivare alla meta: la cosiddetta “scala santa”, una ripida salita che richiede buone gambe e riporta la nostra concentrazione sul sentiero.

Lo sforzo però è ampiamente ripagato con l’arrivo al Pian delle Bosse. Una fontana di acqua fresca all’ingresso del pianoro va venire voglia di un bel bagno rinfrescante, così come siamo, senza nemmeno togliere lo zaino, ma il clima umido e uggioso scoraggia anche i più temerari.

Ancora pochi passi ed entriamo nel rifugio. Valentina, uno dei due gestori, sta lavorando al tavolo in fondo alla sala da pranzo, tirando la pasta per i tagliolini che servirà a cena. Un’immagine così sorprendente e bucolica che, unita al sorriso con cui ci accoglie, rende il nostro arrivo magnifico. Ci aspettavamo la pasta fatta in casa, ce lo aveva raccontato Beppe, guida e camminatore di Toirano, il giorno prima, ma pensavamo fosse solo nei giorni di festa o che ce lo avesse detto per motivarci, lui che conosce l’asprezza di queste salite, durante il cammino.

Invece Valentina la fa tutti i giorni, è un suo modo per accogliere chi arriva quassù, in questo angolo bellissimo di questa sua terra adottiva. Lei non è di qui; con suo marito Lorenzo, giovanissimi, dalla Toscana hanno scelto di trasferirsi nell’entroterra ligure e gestire il rifugio, arroccato tra montagna e mare e lo fanno con la passione e l’ospitalità di chi davvero si è innamorato di questi luoghi.

I pastori non passano più di qua, ma la varietà di sentieri che portano al rifugio e le diverse conformazioni rocciose delle montagne fan sì che Valentina e Lorenzo accolgano famiglie con bambini, camminatori, appassionati di arrampicata e alpinisti. E loro due sanno trasferirgli le storie di chi passò qui prima di loro. Mentre ceniamo, peraltro benissimo, ci raccontano delle caselle, antichi ripari per grano e viveri dei pastori, e delle neviere, anfratti scavati un tempo per trasformare la neve in ghiaccio e mantenerlo tale per molti mesi. Ce ne sono diverse nei dintorni a testimonianza di un recente passato in cui la gente viveva su queste montagne.

Anche noi ne rimaniamo affascinati: è un entroterra più selvaggio e aspro di come ce lo immaginavamo, il sentiero che abbiamo percorso racconta la difficoltà del lavoro in montagna, la vita dei pastori che impiegavano ogni filo d’erba, dei contadini che sagomavano le pietre per costruire muretti a secco e contenere la terra, dei boscaioli che seguivano la crescita delle piante e le tagliavano con cura, degli spalloni che portavano a valle i prodotti della montagna.

Anche oggi, come Valentina e Lorenzo, c’è chi sceglie la fatica della vita in montagna, attratto da una passione che fa superare le difficoltà: fa dimenticare il freddo dell’inverno che a fatica si riesce ad addolcire con una stufa a legna, fa offrire agli ospiti prodotti fatti a casa che costano fatica e amore per essere preparati, ma che hanno il valore di una testimonianza. La loro scelta di vita suscita la nostra ammirazione e forse anche la nostra invidia, nel vederli così sereni e felici, ma che non ci fa dimenticare quanto sia impegnativa.

Chiediamo loro di poterli intervistare; inizialmente si mostrano un po’ timidi, di una timidezza da cui traspare ancor più la genuinità della loro scelta. Poi si raccontano, con una semplicità disarmante, degli oltre tre anni al rifugio, dei lunghi inverni, delle camminate nei dintorni e naturalmente di cibi e sapori di cui vanno alla ricerca: la carne viene dalle capre del pastore, le pesche sono del contadino, la marmellata è dei frutti del bosco, la focaccia… beh quella qui proprio non può mancare.

Ripensiamo alle parole di Beppe: l’entroterra è ancora poco conosciuto, ma chi lo scopre non può che amarlo, per la sincerità delle sue persone, per la sorpresa di un territorio non banale, più selvaggio di quanto ci si aspetterebbe. È “la schiena” della Liguria, rappresenta i luoghi che ne hanno dato i sapori e spesso anche gli umori. Le Terre Alte sono, per la loro geografia e la loro storia, la naturale congiunzione tra mare e monti, lo spazio da cui, oggi come ieri, si può sentire l’aria ricca di salsedine e avere negli occhi l’azzurro delle acque standosene al fresco delle fronde faggi e dei carpini.

Una notte tranquilla e al mattino ci risvegliamo ben ripostati; gli altri ospiti del rifugio iniziano la giornata con esercizi di yoga nel prato e Roberto con il Tai Chi quotidiano.

I primi passi del mattino sono attraverso un bosco di nocciole. Oggi sembra strano pensare che un bosco possa essere coltivato, ma in questa zona non può essere diversamente. Anche se non dev’essere certo facile raccoglierle e portarle a valle.

Il tempo è uggioso, siamo immersi nelle nuvole. Il grigio che ci avvolge crea un alone quasi magico tra gli alberi e la montagna e sfuma tutti i colori: confonde il blu del mare lasciando credere che possa arrivare fino a noi, avvolge le cime rocciose più impervie e non ci permette di vedere dove finiscono, trasforma gli alberi come fossero spiriti che entrano ed escono dal cuore più segreto di questi boschi.

A tratti l’impressione è quella di muoversi nella foresta pluviale. La natura lussureggiante, il fianco della montagna completamente ricoperto da alberi e la pioggerellina leggera che ci accompagna richiamano atmosfere lontane. Ridiamo e ci stupiamo per questa Liguria inaspettata.

In alcuni punti notiamo molti alberi caduti, alcuni sotto il peso delle neve altri perché il terreno roccioso è ricoperto da uno strato di terra troppo sottile per ancorare saldamente le radici. Quelle più alte, con le forti piogge di questa primavera che hanno indebolito ancora di più questo strato di terra, hanno ceduto. Alcuni hanno radici enormi e tronchi lunghissimi e sono lì, riversi per terra come scheletri di vecchi animali preistorici ad aumentare la suggestione di questa giornata.

Il sentiero prosegue nel bosco, tracciando una linea lungo il fianco della montagna; oggi non sale molto, ma non concede nulla allo sguardo, non seduce con panorami lontani. È il bosco il protagonista e mano a mano che procediamo ne scopriamo le varietà, ne cerchiamo i segreti: resti di rifugi in pietra che servivano da riparo per i pastori, piste tracciate dai cinghiali, zone piantumate di recente, tracce del passaggio di greggi.

Ci fermiamo per una sosta sotto una tettoia naturale formata da una grande roccia: sembra creata apposta per proteggere i viandanti dalla pioggia e dal vento. Abbiamo pane, formaggio di capra e frutta che ci hanno regalato al rifugio, forse lo stesso cibo che avevano con sé i pastori di un tempo.

Poco dopo aver ripreso il cammino, incontriamo una figura che esce dalla nebbia del bosco con una cassetta degli attrezzi piena di latte di vernice. È Franco, appassionato di montagna e presidente del Cai di Loano che, anziché passare una domenica uggiosa a casa sul divano, è venuto quassù a segnare il sentiero. Lo intervistiamo e ci racconta che sta ripristinando la via delle Terre Alte per la stagione estiva, ravvivando i segnavia e ripulendola dagli arbusti e dagli alberi caduti: le piogge dei mesi scorsi hanno creato non pochi problemi in queste zone e sono molti i sentieri da sistemare. Entro un paio di settimane il lavoro sarà finito, in modo da regalare agli escursionisti un percorso piacevole e facile da seguire. Anche lui ci racconta delle origini antichissime di queste vie, che un tempo erano percorse da mercanti, pastori, contadini e taglialegna.

Il sentiero diventa poi una mulattiera e poco per volta ci porta a destinazione. Arriviamo al Colle del Melogno in anticipo sulla tabella di marcia: qui le nuvole sono così basse che a stento vediamo il passaggio coperto della fortezza sotto il quale dobbiamo passare. Ci piace pensare che sia stata proprio la fortezza a fermare il nostro cammino: costruita per impedire che un ipotetico esercito attaccante, sbarcato sulla riviera, attraverso Alpi ed Appennini, giungesse in Piemonte, oggi ferma anche noi e ci riporta ipoteticamente sui nostri passi, sulle Terre Alte, che per pochi giorni sono state anche la nostra terra.

Barbara Valloggia e Giancarlo Cotta Ramusino

Giancarlo Cotta Ramusino Informatico di professione, scout, appassionato di viaggi a piedi e in bicicletta. Nell’inverno del 2011 ha ripercorso le tracce della ritirata degli Alpini dalla Russia nel 1943. Per Terre di mezzo ha pubblicato Camminatori, guida pratica per esploratori, giramondo, viaggiatori, pellegrini,turisti, avventurieri. I suoi diari di Viaggio: http://www.percorsiditerre.it/diari-di-viaggio-di-giancarlo-cotta-ramusino/

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