L’anello di Toirano



Terre alte – 3 tappe

Camminare sull'Appennino ligure

“CamminAttori sul sentiero delle Terre Alte”, ciak, azione.

Scena prima, Milano: da casa verso la stazione, in un caldissimo pomeriggio di giugno con gli scarponi ai piedi e lo zaino in spalla. La gente guarda stupita: di camminatori qui in centro non se ne vedono, non nel paesaggio urbano di vetrine, tacchi che scappano in fretta giù per le scale del metrò e tavolini dei bar. Eppure quegli scarponi mettono allegria perché lasciano correre l’immaginazione di chi li incontra: dove saranno diretti in un giorno lavorativo in centro città?

E’ bello iniziare ad assaporare il viaggio da casa, sentendosi più liberi e leggeri solo per aver cambiato scarpe. E poi questo è un viaggio che ha un sapore particolare: vicinissimo a casa, in una delle mete preferite dei Milanesi, la Liguria, questa volta vista però da una prospettiva diversa. Si camminerà sul sentiero delle Terre Alte, nell’entroterra savonese, in quella striscia di terra che unisce il mare e la montagna retrostante.

Scena seconda, sera a Toirano.

Il borgo medioevale è la prima sorpresa del viaggio: i carrugi inalterati dal passare del tempo, i cornicioni delle porte in pietra, le torri, il bellissimo ponte a tre arcate e una miriade di trattorie. Così tante volte in questa zona, a Loano, a Finale, a Pietra Ligure e mai qui, neanche per una cena o due passi in una bella sera d’estate. Il primo pensiero è che a questo si dovrà porre rimedio: la prossima volta sarà una tappa obbligata.

Scena terza, CamminAttori sul sentiero.

Da questo momento, il racconto si sarebbe dovuto svolgere in un’unica scena, un lungo piano sequenza di persone in cammino; invece da qui inizieranno varie scene, una diversa dall’altra, in cui si mescoleranno paesaggi, incontri e racconti.

Ma andiamo con ordine: la mattina successiva, prima di partire, girovaghiamo in paese, scattando foto, guardandoci intorno, sbocconcellando focaccia. Ed ecco che i nostri scarponi anche qui non passano inosservati e accendono la curiosità. Ci ferma un signore dall’aria bonaria, a passeggio con nipotino e cane, chiedendoci dove siamo diretti. Appena inizia a parlare, la sua curiosità diventa subito la nostra: lui è Beppe Peretti, noto camminatore, guida e alpinista della zona, che ha scalato vette lontane e percorso tutti i cammini (”tranne quello verso Gerusalemme”, dice quasi a scusarsi) e che inizia a raccontarci con passione della sua terra, dei sentieri e dei paesaggi che incontreremo, di come lui e altri appassionati stiano cercando di preservarli, di come quei territori siano ricchi di storia, perché da lì venivano carne e grano, da lì partivano le vie per gli scambi con il Piemonte. Si acciglia quando parla delle moto che talvolta rovinano quei sentieri passando sulle mulattiere lastricate ma sorride nuovamente quando parla della bellezza dei borghi, dei boschi di roveri e dei giovani gestori del rifugio che preparano la pasta in casa.

Non poteva esserci introduzione migliore per il nostro cammino: i suoi racconti ci regalano allegria e ci rendono ancora più curiosi. Fuori dal centro, il prolungamento di uno dei carrugi ci porta fino alla Borgata Barescione, le cui case addossate quasi interamente lungo un’unica via lasciano spazio però a una magnifica piazzetta in gran parte occupata dalla chiesa con il sagrato “a risso”, cioè con i ciottoli disposti in modo che sembrino chicchi di riso.

Cambio di scena. Si esce dal paese e, seguendo i segnavia gialli e rossi, si cammina in mezzo agli ulivi e a coltivazioni di erbe aromatiche fino ad arrivare a un piccolo corso d’acqua, a cui le piogge di quest’anno hanno regalato la possibilità di diventare un “rio grande” per qualche giorno. Il guado lascia a ognuno di noi la possibilità di esprimere tecniche diverse: chi corre velocemente nell’acqua (pensando però di farlo “sull’acqua”), chi salta di ciotolo in ciotolo, chi si rassegna e toglie gli scarponi, dovendo poi rimanere un po’ troppo a lungo nell’acqua fredda per soddisfare l’estro fotografico dei provetti paparazzi che lo osservano.

Qualche chiacchiera mentre si sale lungo una dolce salita e subito si intravede una vecchia casa ristrutturata. Leggiamo sulla guida che si tratta di un’azienda agricola in cui si coltivano “fronde”. Siamo curiosi di scoprire che cosa siano. Incontriamo i due proprietari che, un po’ stupiti da tanta attenzione, si mostrano ben lieti di portarci a visitare la loro tenuta e di raccontarci di come proteggono le coltivazioni dai daini, ghiotti di germogli, foglie, bacche e arbusti. Le fronde, lo diciamo per chi, come noi, non distingue una rosa da un gladiolo, sono “il verde” usato nelle composizioni di fiori. E’ un prodotto molto richiesto soprattutto sui mercati esteri. Pare che fuori dall’Italia alle donne un bel mazzo di fronde piaccia quanto un bouquet di fiori. Anche la nostra interlocutrice è perplessa. Dopo tanti anni a coltivare fronde, vorrebbe un mazzo di rose rosse dal marito…

Lasciandoci alle spalle quest’altro fortuito incontro, ci domandiamo su cosa si fondi la nomea della scontrosità dei liguri, visto che fino ad ora abbiamo incontrato grande disponibilità e gentilezza. Forse è semplicemente che se ogni estate i turisti ti parcheggiano in terza fila davanti a casa, lasciano i resti della merenda sulla spiaggia e fanno sì che la focaccia del tuo panettiere di fiducia sia già finita alle nove del mattino è naturale che uno un po’ scontrosetto lo diventi.

Altro cambio di scena improvviso: sul versante opposto della montagna si staglia nitidamente la sagoma di Balestrino, un borgo abbandonato, che con le sue mura e il castello sembra una città d’altri tempi catapultata ai giorni nostri. La signora delle fronde ci ha raccontato che quando lo si vede da lontano, d’inverno, tra la nebbia e le nuvole basse, mette un po’ in soggezione e le finestre della case ricordano le orbite cave di un teschio. Oggi nulla di tutto questo: c’è il sole e il borgo in lontananza è proprio bello. Appena sotto la salita che porta nel centro storico, una grande coltivazione di ortensie che fa si che sembri sorgere sopra un letto di fiori.

Prima di arrivare nella parte vecchia bisogna attraversare la zona più recente del paese, il borgo novo, e per noi diventa un’ottima scusa per un’altra sosta. Anche se il GPS segnala che oggi è più il tempo in cui siamo stati fermi rispetto a quello in cui abbiamo camminato, ci accomodiamo sulla terrazza di un bar, da cui gode un bellissimo panorama su Balestrino.

E’ qui che incontriamo Jean, un italo-francese che, unico e sorridente commensale nella sala pranzo, sta gustando un piatto di pansotti alle noci. Ha percorso diversi chilometri per arrivare ad assaporare questa leccornia, ma sostiene che ne valga la pena; dice che sono talmente buoni da essere “indecenti”. Non ci rimane che accordarci con la proprietaria perché ce li prepari per cena e riprendere il nostro cammino.

Due passi intorno al borgo, ormai abbandonato da qualche decina di anni a causa del rischio di frane, e si riparte risalendo un sentiero dietro l’oratorio. La fierezza del borgo, che fu capitale economica della valle e rimase sempre indipendente dalla repubblica di Genova, si percepisce anche dall’alto, nell’imponenza del castello e nell’opera di terrazzamento della zona circostante.

Attraversiamo bellissime pinete, con giovani alberi dai tronchi lunghi e stretti: sembra di essere in un bosco incantato, mancano solo folletti e fate. Usciti in cresta ecco una nuova sorpresa: il mare, che si concede alla vista con panorami bellissimi. Azzurro intenso e profumo di salsedine riempiono occhi e narici; il mare è lì, quasi a farsi spazio tra il dorso della montagna e le cave di pietra che si stagliano lungo il pendio di fronte a noi. Poi, da Poggio Balestrino, iniziamo a scendere, lungo prati assolati intervallati solo da grandi arbusti di ginestre fino a Toirano.

Ma c’è ancora un’ultima scena nel nostro racconto: incontriamo nuovamente Beppe che, forse casualmente, forse gironzolando in paese per aspettarci, ci viene incontro e chiede del cammino. Vuole sapere se, come lo è stato lui, piemontese di origine, queste terre ci hanno affascinato. E ora che le abbiamo conosciute, anche noi sappiamo che le Terre Alte possono essere sorprendenti, per la natura, per la varietà di paesaggi, ma anche per la cordialità delle persone che ci vivono.

Non ci rimane che completare la nostra tappa con un bagno ristoratore in mare e un brindisi seduti a tavola davanti a un piatto di pansotti “indecenti”.

Barbara Valloggia

Giancarlo Cotta Ramusino Informatico di professione, scout, appassionato di viaggi a piedi e in bicicletta. Nell’inverno del 2011 ha ripercorso le tracce della ritirata degli Alpini dalla Russia nel 1943. Per Terre di mezzo ha pubblicato Camminatori, guida pratica per esploratori, giramondo, viaggiatori, pellegrini,turisti, avventurieri. I suoi diari di Viaggio: http://www.percorsiditerre.it/diari-di-viaggio-di-giancarlo-cotta-ramusino/

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