Il senso scout della strada: intervista a Laura Galimberti

di Giancarlo Cotta Ramusino – Girumin.

La strada è uno degli elementi portanti dello scautismo, fin da piccoli lo zaino è un valido compagne per le mille avventure. Laura Galimberti ha dedicato molto alla proposta scout nell’ambito dell’AGESCI (Associazione Guide e Scouts Cattolici Italiani) soprattutto rivolta alla fascia di età in cui la strada viene vissuta più intensamente, sia in termini fisici sia in termini riflessivi.
Ha elaborato alcuni testi rivolti alla fascia di età fra i 16 e i 20 anni ed ha ricoperto alcuni incarichi a livello nazionale proponendo anche eventi a livello internazionale.

La Strada, autentica esperienza di cammino, di spostamento giornaliero, portando tutto con sé e cercando ogni volta il luogo più adatto per sostare […] Il coraggio di uscire, di abbandonare ripari e difese troppo spesso limitanti, di rinunciare a quanto già si ha per ottenere ciò di cui si avverte il bisogno: questo è mettersi per strada. (G. Basadonna, Spiritualità della strada)

Nel mondo scout si parla molto di strada, perché?

La “strada” fa parte integrante della proposta educativa per i giovani dai 16 ai 20 anni, quelli che nello scautismo chiamiamo rover e scolte. Nel metodo scout a ogni fascia di età viene associato un “ambiente educativo”.
Ai più piccoli, tra gli 8 e i12 anni, viene proposto di crescere in un “ambiente fantastico”: lupetti e coccinelle vivono ogni attività come un grande gioco. Persino i capi scout assumono i nomi del Libro della Giungla di Kipling o del racconto di Cocci.
Agli adolescenti, che chiamiamo scout e guide, tra i 13 e i 15 anni, viene proposta l’Avventura, con la A maiuscola: campi in tenda, cucina sul fuoco, costruzioni in legno e vita nella natura.
Anche la “strada” è un “ambiente educativo” perché siamo convinti che possa insegnare molto a chi la percorre a piedi. Insegna a conoscersi e a conoscere gli altri che camminano con noi, a capire i propri limiti e potenzialità, a essere generosi, a ridurre all’essenziale le proprie necessità materiali, a godere delle bellezze della natura, a porsi delle sfide e a vincerle, a perseverare… insomma siamo convinti possa forgiare il carattere dei giovani, che poi non dimenticheranno questa esperienza e nella loro vita potranno tornare… sulla strada. In senso metaforico o di vero e proprio cammino.
Perché si parla di “strada” e non di “cammino”?

Domanda interessante, che gli scout si pongono poco. Senz’altro molte delle caratteristiche di un “cammino”, sono anche quelle della “strada”, e lo scout nella sua vita è un uomo in cammino, ma il punto di vista è un po’ diverso. È un punto di vista anche educativo, poiché rivolto ai giovani.
Ci interessano molto i valori legati all’esperienza della strada, poterli sperimentare da giovani permette poi di farli propri nella vita di tutti i giorni. Alcuni li abbiamo già ricordati e li ripeto: la strada permette di sperimentare la forza e la perseveranza, affinché poi, nella vita di tutti i giorni, negli studi, nel lavoro, ricordiamo cosa vuol dire essere forti e perseveranti. La strada aiuta a liberarsi di quello che non è veramente indispensabile nello zaino, anche nella vita potremo fare a meno di tanti beni materiali che solo la società consumistica ci impone, ma sono apparenza non sostanza. E così via. La strada insomma diventa quasi un modo di essere che contraddistingue lo scout anche quando… non cammina.
Vorrei aggiungere anche un’altra considerazione , forse un po’ più “filosofica”.
Quando si parla di strada l’enfasi non è posta sull’azione di chi si muove, sulla sua forza o abilità, come nel cammino, nel trekking o nella marcia. La strada non si compie, ma si incontra e si percorre. È la terra, il percorso che comanda, non l’uomo.
La strada si incontra, ci sorprende e ci educa.

Perché si usa particolarmente la parola “Route?”

Nello scautismo la strada si chiama route. È un termine francese che viene dalla storia dello scautismo. Baden-Powell che più di cento anni fa ha inventato lo scautismo, era inglese. Ma sono stati poi i francesi che, man mano che il metodo scout si diffondeva in Europa, nella prima metà del secolo scorso, hanno sviluppato e approfondito attività e proposte per i giovani tra i 16 e 20 anni.
Ecco dove nasce il termine “route” che ancora oggi i nostri ragazzi utilizzano per indicare il campo mobile, che usualmente si organizza nel periodo estivo. Una settimana di strada, zaino in spalla, in cui ogni giorno si pianta la tenda in un luogo diverso, seguendo un percorso prestabilito.
In Italia sono più di 30.0000 i giovani tra i 16 e i 20 anni che camminano indossando l’uniforme scout. Anche nella loro vita da adulti la parola “route” resterà simbolo della capacità di essere autonomi, di raggiungere una meta, segno dell’incontro profondo con l’altro e della scoperta di sé. La scommessa, vinta, di una strada verso la felicità.
Crediamo che nel mondo di oggi questa proposta, nata tanti anni fa in paesi diversi dall’Italia, sia ancora attuale e di speciale significato educativo per i nostri giovani.

Com’è organizzata la route?

Tutto il gruppo dei giovani, con i propri capi, organizza per tempo la route. Anche l’organizzazione ha un significato educativo. Si impara a programmare, a progettare, a essere autonomi. A scegliere.
Progettare una route vuol dire definire insieme un percorso che non sia solo una sfida tecnica, ma che offra possibilità di incontro: un paese, una comunità, un rifugio. Si comprano le cartine, si verificano gli orari, si contatta il parroco, ma anche la forestale, l’agricoltore, il piccolo negozio del luogo…
Per il gruppo può essere l’occasione non solo di capire realtà diverse e spesso lontane, ma anche di brevi azioni di volontariato (che nel mondo scout si chiama servizio) o di improvvisate serate di spettacolo con gli abitanti del luogo.
I giovani e i loro capi collaborano nell’organizzazione. Si sceglie insieme anche un tema, che sarà il filo conduttore di riflessioni e discussioni durante la route.
Il percorso deve prevedere di pernottare ogni sera in un posto diverso, piantare la propria tendina e piegarla ogni mattina. Si mangia cucinando sul fuoco o sui fornellini. Si cammina per una settimana, il tempo giusto per sentire la strada nelle gambe, sulla pelle e nella testa.

Qual è la relazione tra la strada e la crescita dei giovani?

Abbiamo già accennato al fatto che nello scautismo la strada è un “ambiente educativo”, possiamo dire che una vera e propria “miniera educativa”. Camminare permette di sperimentare e vivere “sulla propria pelle” e non perché imposti o raccontati da altri, valori che crediamo utili per la crescita dei giovani, aiuta ad apprendere uno stile di vita che poi resterà radicato anche nel futuro. La strada è un’esperienza reale, non teorica. Cerco di spiegare meglio cos’è per noi la strada.
È avventura, cioè accettazione dell’imprevisto e scelta consapevole di affrontare i rischi che possiamo incontrare nel cammino.
È sfida ingaggiata con se stessi e con i propri limiti: insegna a conoscere noi stessi e gli altri.
È essenzialità: fare strada vuol dire spogliarsi del superfluo perché pesa sulle nostre spalle e scoprire che pesa anche nei nostri rapporti con gli altri, nella nostra visione del mondo e nella considerazione di noi stessi.
È riscoprire che le cose importanti si portano nel cuore, nelle parole e nei gesti e non nello zaino.
È affidarsi agli altri. Ma anche osservare la propria vita, riflettere, maturare delle scelte.
È capacità di guardare avanti, non scoraggiarsi, canticchiare anche quando piove.
È la sfida a fare un passo in più, a sopportare la sete e la fatica.
La strada infine presuppone una preparazione accurata del materiale, la pulizia della propria tenda e la scelta dell’attrezzatura. La capacità di controllare una cartina e di cavarsela in ogni occasione e con ogni tempo. Non sono capacità scontate soprattutto nel mondo dei giovani oggi.

Si cammina da soli o in gruppo?

Si cammina qualche volta da soli, in questo caso la strada si chiama “hike” Il ragazzo che parte per il suo hike non porta con sé nulla, ma si affida alla provvidenza e agli altri. Cammina uno o due giorni, con una cartina e una bussola, per raggiungere una meta prefissata. Chiede ospitalità per il cibo e per la notte, in cambio offre piccoli servizi. È una maniera per incontrare gli altri partendo da una reale situazione di bisogno, mettendosi nei panni di chi non ha nulla nella vita. Chi parte in hike porta con sé un testo di meditazione da leggere in silenzio e meditare nel proprio cuore, in cammino o alla sera. Un’esperienza forte, che forgia il carattere dei giovani che la vivono. In genere si accompagna a momenti particolari del percorso scout, un passaggio o un impegno specifico.

In generale però la strada si vive in gruppo, appunto la “route”. Camminare insieme permette di costruire una comunità solida, non in una cena tranquilla al calduccio, ma nelle difficoltà, nella fatica, nella generosità di condividere una borraccia, una tenda, uno zaino. La strada mette a nudo le nostre debolezze e limiti. Ci rende più veri e ci permette di incontrare gli altri senza finzioni. Funziona sempre, provare per credere. Solo chi ha camminato per ore con un amico può dire di conoscerlo. Solo chi ha condiviso la stessa fatica potrà comprenderla. Partire in gruppo ha anche un altro significato: vuol dire che la nostra strada non è solitaria, ma ha una direzione e uno scopo comune, un obiettivo e un valore.

Perché gli scout hanno sempre degli zaini enormi?

Nello zaino deve trovare posto tutto quanto serve per camminare e campeggiare per una settimana. Tenda, sacco a pelo, materassino, fornellino e viveri compresi. Borraccia, gavetta e posate. Se piove serviranno un poncho e una giacca a vento, per il sole una maglietta leggera. Una torcia, un vangelo, un quaderno di traccia, un canzoniere, talvolta una chitarra per una veglia o una serata anche insieme al paese e ai suoi abitanti. Ciò detto è anche vero che a costruire uno zaino funzionale e leggero si impara un po’ alla volta: la tentazione di buttare dentro tante cose alla rinfusa (potrebbero servire…) , all’inizio è forte. Poi si impara che si può fare a meno di molte delle nostre abitudini quotidiane e delle nostre comodità casalinghe.

Qualcuno dice che gli scout non si integrano con gli altri lungo le vie di pellegrinaggio, è vero? Perché?

Per il gruppo la settimana in cammino è l’occasione in cui convivere per alcuni giorni, è un momento in cui si rafforzano le relazioni e si raccolgo i frutti di un anno di lavoro. Per questo talvolta può essere necessario che la comunità si prenda del tempo per se stessa, ma questo non vuole essere un momento di chiusura verso altri.
Può capitare che alcuni gruppi numerosi possono “creare tappo”, ma solo temporaneamente. La sera il gruppo scout può organizzare canti e racconti anche per gli altri. Certamente dopo tutte le risposte precedenti, si capisce che un gruppo di scout in cammino, non ha come obiettivo solo il percorso e nemmeno il socializzare in ogni momento con gli altri. Alcune attività e tempi sono strutturati in maniera funzionale alla comunità: oltre al cammino, la preparazione del cibo, la meditazione, alcuni momenti di cerimonia o di festa.

Quando ci sembrava di non poterne più,
abbiamo spinto ancora,
quando sembrava di avere tutte le ragioni per fermarsi,
abbiamo continuato.
E ci siamo accorti che eravamo capaci,
e siamo arrivati fino in fondo, là dove volevamo.
(G.Basadonna, Spiritualità della Strada)

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