Intervista a Alix de Saint-André

Come si spiega il successo del libro?

La gente vi si riconosce. Chi è andato a Santiago vi ritrova ciò che ha vissuto. Ma anche coloro che non hanno fatto il Cammino hanno la possibilità di capire di che cosa si tratta. Ci sono un sacco di false idee sul pellegrinaggio a Santiago: si pensa che sia una sorta di “monastero ambulante” dove si vive in solitudine mentre ci si applica alla meditazione. Niente di più sbagliato. In realtà s’incontra moltissima gente che viene da tutto il mondo e si parla tantissimo. Si mangia, si beve bene, e si ride molto. Niente di austero o ascetico!

Chi torna da Santiago, dopo 800 chilometri a piedi è considerato un mistico o un grande sportivo. Nel mio libro questo non c’è, non c’è un viaggio trionfale dall’inizio alla fine, c’è l’umiltà della strada, tutti gli aspetti della vita quotidiana. È la realtà e, nello stesso tempo, nella realtà ci sono i sogni. Si cerca un altro modo di vivere, un’esistenza e una fede più semplice, una fraternità vera.
E poi è strano. Ho cercato di essere il più franca possibile, descrivendo ciò che succede, senza censure, come per esempio quando ho scritto che talvolta provi il desiderio di uccidere il tuo vicino, pur essendo cristiana. Non c’è più una fede “dalla sera alla mattina”. Nei commenti dei miei lettori si sente che si sono sentiti compresi, il libro racconta di loro e di noi. Leggerlo è un modo di fare o di rifare il Cammino.

Perché il pellegrinaggio verso Santiago è così popolare?

C’è una ricerca di spiritualità. La maggior parte delle persone che ho incontrato non erano cattoliche praticanti. Ma tutti sono pellegrini, tutti sono in marcia. C’è anche una ricerca culturale e storica. Si parte sulle tracce del passato, sui passi di coloro che hanno fatto il Cammino prima di noi. Si è anche alla ricerca della propria infanzia, delle sue radici, di una vita più semplice, più autentica, più fraterna.

Il Cammino è vissuto con semplicità e talvolta con rabbia, con collera, con i suoi alti e bassi. Non è un trekking come gli altri: sul Cammino tu hai solo un nome, e il luogo da dove vieni è semplicemente la tappa dalla quale hai cominciato a camminare. Non c’è classe sociale, i valori sono rovesciati rispetto a quelli nei quali si vive la vita quotidiana. Non è questione di chi va più in fretta o di chi ha il miglior equipaggiamento. Qui si vivono valori spirituali veri, senza che sia necessario dichiararlo. C’è un’amicizia che si crea, legami forti tra gente che viene da diversi Paese, che hanno convinzioni diverse, ma che qui vivono allo stesso modo e vanno tutti nello stesso luogo.

Personalmente lei che cosa cercava in questa esperienza?

Non so bene. Ognuno ha i suoi motivi, non ben definiti e, nello stesso tempo, si capisce che non si sarebbe potuti essere altrove. Alla fine è il Cammino che dà la risposta. Partire in pellegrinaggio è semplicemente mettersi in cammino. Io trovo significativo partire da casa propria, a piedi: è quello che gli spagnoli chiamano “il vero cammino”. È meno solenne, ma è un modo diverso di partire perché si lascia la propria famiglia, la casa, gli amici, molto lentamente, e ognuno segue il proprio itinerario, quello della propria esistenza.

Si apre certamente un tempo strano, una sorta di tempo dell’infanzia: il pellegrinaggio è anche l’infanzia ritrovata. Tutto è previsto e insieme imprevedibile. Il tempo si dilata, come quando eravamo bambini, quando le vacanze erano interminabili e insieme troppo brevi: è uno spazio di libertà.

A 4 chilometri l’ora il rapporto con il mondo cambia. Si fa una vita essenziale e di condivisione. Si gode del paesaggio. Accade una cosa molto forte e molto semplice, che fa venir voglia di tornare.

 

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