Intervista a Pierluigi Cappelletti Sindaco di Orio Litta

Tre grandi ostacoli naturali lungo la Francigena: la Manica, le Alpi e il Po.

Il fiume Po rappresenta una linea di confine sempre modificata nel corso dei secoli. Anche oggi molti pellegrini lo attraversano nel punto in cui passavano gli antichi pellegrini: il Transitum Padi.

Oggi, quando il fiume non permette di attraversare, oppure la barca non è disponibile, una piacevole e tranquilla alternativa è seguire tutto l’argine maestro, la nuova “Ciclovia del Po”, da Orio Litta a Piacenza.

Orio Litta è il punto geografico al confine di due Regioni (Lombardia ed Emilia) e ben quattro Provincie (Lodi, Milano, Pavia e Piacenza). La foce del Lambro è il punto panoramico che permette uno sguardo sia ai colli milanesi di San Colombano al Lambro sia alle propaggini dell’Appennino Piacentino. A Orio Litta una via di terra come la Via Francigena s’incontra con due antiche vie d’acqua: il Lambro e il grande fiume Po.

Da qualche anno ti occupi dell’ospitalità verso i pellegrini che si muovono lungo la Via Francigena.

Come è nata quest’idea?

Quasi per caso, nel 1996, quando venni a sapere che stavano arrivando a Corte S. Andrea tre pellegrini che erano partiti da Canterbury guidati da Luigi Grazioli della Confraternita di Sala Baganza. Andai loro incontro al confine del territorio oriese, al Ponte di Mariotto sul Lambro insieme al sindaco Paolino Abbà.

Prima di quell’ormai lontano 8 agosto 1996 nessuno a Orio aveva mai sentito parlare di Via Francigena, ma da allora tutti conoscono questa splendida strada del pellegrinaggio europeo e tutti conoscono gli strani tipi che arrivano con un enorme zaino in spalla e un bastone in mano.

Quale motivo ti ha spinto a iniziare e a portare avanti questo servizio?

Il senso dell’ospitalità uno se lo porta dentro, nasce innanzitutto dalla famiglia e dall’educazione ricevuta all’Oratorio da ragazzo e poi anche da adulto. Quando se n’è presentata l’occasione ho riscoperto il piacere dell’incontro e del dialogo con persone diverse e la possibilità di allargare i miei orizzonti, ma pure la curiosità di sapere e di conoscere, di poter scrivere belle storie di persone diverse ma vere come cronista del quotidiano locale: anche questo ha avuto la sua parte.

Da quanto tempo ti occupi dell’ospitalità dei pellegrini?

Me ne occupo dal 1996. Fino a cinque anni fa avevo più tempo libero, li intervistavo, li accompagnavo sul cammino e mettevo a disposizione anche casa mia. Ora, essendo anche sindaco di Orio Litta, ho un tempo libero assai limitato e mi accontento di rispondere alle telefonate e mostrare l’ostello. Mia moglie Daniela ha un forte senso di apertura e ospitalità verso tutti, in particolar modo verso chi arriva stanco e chiede da bere o un piatto di pasta; non manca di spronarmi e di aiutare i pellegrini in tutti i modi.

Dove ospitate i pellegrini a Orio Litta?

Nei primi anni erano ospitati in palestra, creando una situazione un po’ assurda visto che capitava di doverli alloggiare mentre le ragazze del volley si allenavano. Poi, nel 2007, mi diedero la possibilità di ospitarli nella grangia benedettina che è oggi un vero “hospitium peregrinorum” di epoca medioevale, molto apprezzato da centinaia di romei. L’anno scorso la grangia era un cantiere in corso per sistemare l’impiantistica e creare nuovi servizi, abbiamo quindi ospitato i romei nell’appartamento del palazzo comunale. Devo dire che la scelta è stata funzionale e molto apprezzata.

Ci sono altri volontari che si occupano dell’ospitalità dei pellegrini a Orio Litta?

È un po’ un impegno di famiglia: c’è mia moglie, mia nipote, l’assessore Enrico Ribolini reduce da tre cammini di Santiago e alcuni volontari che aiutano quando c’è bisogno.

Quanti pellegrini passano da Orio Litta?

Oggi la grangia ristrutturata offre fino a quindici letti, con possibilità di arrivare a venti per chi ha sacco a pelo e materassino, perché lo spazio non manca. Dal 1999, quando abbiamo cominciato a tenere un registro d’onore dove raccogliere le firme, i nomi e i messaggi, ne sono passati oltre 2.800.

Nel 2010 sono stati 210, nel 2011 si sono fermati in 267, nel 2012 i romei sono stati 390 e l’anno scorso 492. Questi numeri però non tengono conto di coloro che passano senza fermarsi in paese per la notte. Il percorso della Via Francigena passa dal ponte sul Lambro e prosegue lungo l’argine maestro, senza attraversare il centro abitato di Orio Litta, ragion per cui molti passano e vanno direttamente al Transitum Padi dove attraversare il fiume o verso il ponte fra San Rocco al Porto e Piacenza. Chi passa in Orio può rifornirsi o anche visitare Villa Litta e il paese. C’è un costante incremento di passaggi e nei mesi da giugno a settembre gli arrivi sono quotidiani. Da tre anni capita che più pellegrini arrivino nello stesso giorno e si ritrovino insieme per caso.

Passano più pellegrini a piedi o in bici?

Quasi tutti a piedi, ma in agosto di solito arrivano anche ciclisti. Ci sono anche diversi pellegrini che arrivano con cane al seguito e noi li ospitiamo volentieri perché anche i cani fanno fatica e condividono il cammino.

Quali sono gli aspetti più piacevoli di questo servizio di ospitalità?

Lo scambio di idee e di conoscenze, il piacere di parlare un po’ in francese, lingua che ho studiato all’Università e che amo molto, ma anche in inglese. Questi incontri mi aiutano a tenermi allenato con le lingue straniere.

Come vive la gente di Orio Litta il rapporto con i pellegrini, con la Via Francigena?

Direi che ormai per gli oriesi è normale veder arrivare gente con lo zaino in spalla e sentire parlare straniero. Tutti i cittadini sono molto accoglienti e spesso accompagnano a casa mia i pellegrini in cerca dell’ostello.

Ci racconti qualche episodio particolare?

Potrei raccontare di decine di persone che ricordo come fosse ieri. È impossibile ricordare tutti. Nell’agosto del 2000 un pellegrino spagnolo bussò a casa mia, appena aprii il portone, il mio cane husky scappò, come faceva spesso. Furono inutili i miei richiami. Il pellegrino, nonostante tutti i chilometri che aveva percorso sotto il sole, si offrì di aiutarmi a riprenderlo e ritrovammo insieme il cane.

Una ragazza spagnola arrivò distrutta dal caldo e dalla fatica, dalla tensione per aver camminato lungo la strada provinciale. La accogliemmo e le misi a disposizione la doccia di casa mia, alla sera le portai un piatto di pasta. Camminava verso Roma per trovare riposte in sé stessa, per una delusione ricevuta.

Ricordo anche una ragazza tedesca che arrivò con un grosso cane. Mi lasciò un disegno a matita dell’animale che conservo ancora, era perfetto.

Infine, due anni fa, la famiglia francese Cortès arrivò con tre bimbe piccole che viaggiavano su un carro trainato da un asino che ragliò tutta notte come un trombone. Al mattino portai i miei scolari a salutarli ed Edoardo Cortes insegnò loro a dare il pane all’asino.

C’è qualche pellegrino che ti ha colpito di più?

Se mi mettessi a sfogliare i quattro registri ritroverei un sacco di incontri straordinari. Mi ricordo di Susan, musicista neozelandese con la quale l’anno scorso feci un duetto in Villa Litta in un pomeriggio di afa tremenda: lei al flauto ed io al clarinetto suonammo il “Largo” di Haendel. Mi disse che quando cammina e osserva un luogo bello imbraccia il flauto e suona, per ringraziare di essere lì.

Un ricordo particolare è il sorriso della suora inglese alta, snella e con un enorme zaino in spalla, tanto che mi era difficile capire come facesse a portarlo. Quando appesi al muro della stanzetta il crocefisso, il suo viso s’illuminò come se le avessi portato un fratello.

Qual è la cosa che ti piace di più dei pellegrini?

Parlare in francese coni francesi, in dialetto con i lombardi, e in inglese con i britannici. Mi piacciono soprattutto coloro che camminano per cercare, per pensare, per riflettere… Per fede o per cercare in sé stessi qualcosa di grande.

Ce ne sono stati anche che camminavano per il dialogo interreligioso, come una coppia di americani partiti dal paese di Lutero e diretti ad Assisi. Vedo che comincia anche ad arrivare gente che si ferma perché sa che c’è un posto super economico dove far tappa sulla via delle vacanze. Li capisco, anche se non sono pellegrini.

Ci sono differenze fra i pellegrini dei primi tempi e i pellegrini di oggi?

I primi erano tutti romei con Roma e il Papa nel cuore. Con Papa Ratzinger arrivarono molti tedeschi. Oggi più di uno ha in mente Roma come tappa finale dell’impresa sportiva. Non è una brutta cosa, io stesso pratico lo sport, ma è una cosa del tutto diversa. Comunque, anche se per sport, andare da casa fino a Roma ha un fascino davvero incredibile e “apre” le menti.

Sei Sindaco dal 2009, questo ruolo di Sindaco come si pone nei confronti dell’ospitalità verso i pellegrini? Ovvero, l’ospitalità a Orio Litta è un’espressione della pubblica amministrazione comunale?

No, anche se c’è stata una certa attenzione fin dall’inizio che poi è andata via via crescendo fino a scegliere di trasformare la grangia in uno stupendo ostello. C’era un bando ministeriale nell’Anno Santo ed è stato per nostra fortuna centrato. Nel 1996 al Ponte di Mariotto, di cui dicevo prima, c’era anche il sindaco di allora, insieme a me e ad alcuni oriesi attivati da un parroco molto sensibile all’accoglienza ed al pellegrinaggio in particolare.

Oggi l’ospitalità è come ieri, cioè espressione dei volontari come me, anche se da sindaco ho fatto di tutto per cogliere l’occasione di un bando regionale e provinciale per ristrutturare la grangia e adattarla alle esigenze dei pellegrini.

Ci racconti qualche aspetto interessante della storia di Orio Litta?

Prima dell’Anno Mille i terreni intorno erano tutti paludosi perché prossimi al Lambro e al Po e sottoposti alle loro naturali piene periodiche. Il Re d’Italia, Carlo il Grosso, donò Oreum e i suoi terreni all’Abbazia di Lodivecchio, così arrivarono i frati benedettini che cominciarono l’opera di bonifica. Questa fu la fortuna di Orio.  Le opere di bonifica dei benedettini portarono pure il Lodigiano a diventare una terra grassa, verde e bianca di latte. Non tutti sanno che furono loro a inventare il grana padano. A Orio c’è Villa Litta, sorta su un preesistente castello di Montemalo proprio sullo spalto morfologico creato dal Po.

Un fatto curioso è che il palazzo di delizie dove si radunavano d’estate gli illuministi milanesi fu sempre venduto per debiti: prima da chi lo edificò, cioè i Cavazzi Dati della Somaglia, poi dal nobile inglese Riccardo Holt: tentò di impiantare l’industria serica a Orio. Il paese brulicava di bachi da seta, i filari di gelsi costeggiavano strade e campi, ma durò pochi anni perché una malattia dei bachi e la concorrenza dei comaschi fece fallire il progetto.

La Villa fu quindi comprata dai Litta. I Litta erano ricchissimi borghesi di Milano che acquistarono il titolo nobiliare dopo aver finanziato il Risorgimento. Volevano fare di Villa Litta una residenza di rappresentanza, un palazzo di campagna dove passare l’estate e invitare nobili e artisti famosi a caccia. Purtroppo, l’ultimo discendente aveva il vizio del gioco e bruciò tutto il capitale ereditato. Lasciarono il palazzo al loro soprastante e iniziò il declino.

Durante la Prima Guerra Mondiale Villa Litta fu usata come palazzo dove inviare i militari feriti in convalescenza. Poi negli anni del fascismo divenne sede dell’ammasso del grano e usata come grande deposito.

Villa Litta sarebbe diventata un rudere se nel 1970 il Commendator Oreste Carini, un antiquario piacentino davvero illuminato, non l’avesse comprata. Da allora la Villa è rinata ed è il simbolo di tutta la Bassa Lodigiana.

Oggi è un palazzo affascinante e bellissimo dove si può sognare e rilassarsi durante i ricevimenti, dove si celebrano matrimoni e si organizzano serate culturali. Una reggia di campagna da dove lo sguardo spazia sulla bassura e verso i campi che digradano verso il Po, con l’Appennino a fare da lievi orizzonte.

C’è qualche episodio particolare che ci vuoi raccontare?

Nell’Anno Santo salii in bici al Gran S. Bernardo. Volevo vedere l’Ospizio e respirare l’aria dell’accoglienza, ma anche fare una lunga salita da ciclista accanito quale sono. Presentai la Credenziale e mi fu offerto un piatto di zuppa.

Mentre mangiavo ascoltai per caso tre persone che parlavano della Francigena. Uno era l’Abate Joseph Roduit di S. Maurice, paese svizzero sulla Via Francigena presso Martigny, e un altro Willy Fellay presidente dei camminatori vallesi: stavano organizzando un cammino dalle nostre parti. Mi presentai dicendo che a Orio ospitavo da tre anni i pellegrini.

L’anno dopo il gruppo parrocchiale svizzero di S. Maurice arrivò a Orio Litta e celebrò una Messa all’aperto davanti alla grangia. La mattina successiva li accompagnai verso Corte S. Andrea.

C’è qualcosa in particolare che vuoi dire a chi leggerà questa intervista?

Avviso che l’ostello di Orio Litta è aperto tutto l’anno ed io sono sempre disponibile. Non chiediamo una tariffa fissa, solo un’offerta libera. Ringrazio chi arriva per le parole e l’esempio che porta con sé, perché incoraggia chi come me non si muove mai e respira grazie ai pellegrini aria europea e mondiale.

È davvero bello conoscersi, confrontarsi, dialogare.

Io sono orgoglioso, come sindaco e come cittadino, di sapere che chi arriva trova tutto ciò di cui può aver bisogno, in un paesino ricco di storia e di architetture meravigliose, ma soprattutto di cordialità e di tanti servizi.

C’è un messaggio in particolare che vuoi lasciare a chi passerà dall’ostello?

A chi si fermerà a Orio Litta nella grangia medioevale ristrutturata a nuovo e a misura di pellegrini dico che sarà accolto sempre a braccia aperte. Credo sia la cosa più importante: sapere di trovare persone disponibili a qualsiasi ora, di giorno e si sera, cordiali, aperte al dialogo e all’accoglienza, pronte a supportarlo in caso di bisogno.

Oltre alla Via Francigena il territorio offre diversi itinerari per il cicloturismo, cosa ci puoi dire?

Negli anni del secondo dopoguerra fu innalzato l’argine maestro lungo il corso finale del Lambro e lungo il Po lungo il quale passa la ciclovia sul Po che porta fino al mare.

Il confine del territorio di Orio Litta arriva a sfiorare le case di Corte S. Andrea, tanto che l’idrometro della casa del “cacìn” il guardiano dell’argine, che ancora si vede presso l’arco della frazione di Senna, anche se non si direbbe, data la prossimità con le case cortensi, è territorio comunale oriese.

L’attracco sul fiume, il Trasitum Padi, è invece, per pochi metri, nel territorio comunale di Senna Lodigiana. Sul Lambro, negli anni trenta, i barcaioli di Orio andavano a caricare la sabbia e la ghiaia. Il Parroco di Orio Litta aveva la cura d’anime di Mariotto, la frazione di Lambrinia al di là del fiume. Per celebrare battesimi e Messe a Mariotto passava il Lambro in barca, con un barcaiolo che spingeva in acqua una lunga pertica di legno.

Pochi sanno che la sponda oriese del Lambro fu teatro dell’ultima battaglia delle legioni romane guidate dal generale Oreste. Il suo tentativo di arrestare i barbari guidati da Odoacre Re degli Eruli fu vano. Il 28 agosto del 476 Oreste fu sconfitto e portato a Piacenza dove venne giustiziato. Con lui finì l’Impero Romano d’Occidente.

Orio si trova lungo l’antica Via Regina che da Piacenza portava a Pavia. All’ingresso di Orio una pietra miliare indica la distanza verso la più importante Via Emilia che transita da Casalpusterlengo: chilometri 8.

Proprio da questo punto, nel corso del 2014, inizierà la ciclabile che porterà dal confine di Orio al Ponte di Mariotto e a Lambrinia, permettendo così ai pellegrini di camminare in sicurezza anche lungo questo itinerario. Orio è un crogiuolo di strade e di ciclovie.

Posto al confine di tre Province e di due Regioni, in piena Bassa Lodigiana con vista sull’Appennino sui colli banini (San Colombano al Lambro), il paese dove il 25 aprile sarà inaugurato un servizio di bike sharing, è base ideale per lunghe e piacevoli pedalate. Si può seguire la ciclovia dell’argine maestro fino a Piacenza, entrando dopo 25 chilometri nel centro della città emiliana a gustarsi un gelato e tornando poi lungo la ciclabile dell’Ancona, che corre ai piedi dell’argine maestro.

Arrivati in vista di Villa Litta, ecco la possibilità di svoltare lungo il verdissimo Percorso Ambientale della Venere che arriva fino a Livraga. Questo itinerario verso nord rende più agevole il percorso a chi raggiunge la Francigena partendo da nord. Un chilometro dopo Villa Litta, ecco l’eccezionale possibilità di sosta rilassante al Centro Benessere Venere. Un tuffo in piscina completa il relax e il refrigerio prima di riprendere la bici e raggiungere dopo quattro chilometri il paese di Livraga.

Orio Litta è uno scrigno di gioielli: storici, architettonici, naturalistici e pure gastronomici.
E’ bello abitarci, ma anche solo trascorrervi una giornata: perchè come ti muovi i tuoi occhi gioiscono e il tuo cuore si apre a visioni che allargano la mente  e ti fanno dire che ne valeva proprio la pena.

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